Di solito le vittorie hanno molti padri mentre per le sconfitte si tendono a individuare pochi colpevoli. Di solito.

All’interno di un quadro politicamente drammatico per tutta la galassia di sinistra, emerge il dato positivo di un’affluenza alta, che toglie ai soliti analisti l’alibi del peso degli astenuti.

Stavolta non c’é la massa che non ha capito. La massa ha esercitato con consapevolezza il diritto di voto. Su dalla torre, giù dalla torre, che é il destino politico indicato senza equivoci ad almeno tre generazioni di classi dirigenti della mia parte.

La sintonia è finita e ammetterlo non è sciacallaggio a macerie ancora fumanti, ma lettura semplice e dovuta. Qualunque tentativo di restare in sella di chi ha guidato la sinistra tutta a questi risultati – tra cose buone e ottusità di vario genere, tra rancori, ripicche, arroganze autoreferenziali, vorrebbe dire provare a scavare ancora un fondo che è già stato toccato e oltre il quale si è già provato a grattare oltre la decenza.

Se ne sono andate elezioni amministrative in sequenza, milioni di elettori. Se ne sono andati i militanti e gli appassionati. Si sono smarrite le primarie e si é scelta una legge elettorale che toglie al cittadino grande potere di scelta. Si è tornati a votare turandosi il naso, dopo aver provato la fatica di essere convincenti con chi, per stima personale, ti chiedeva consigli elettorali. Se ne è complessivamente andata la credibilità, travolgendo tutto e tutti, comprese le tantissime brave persone che ci credono e si fanno in quattro per dimostrare che la buona politica esiste ancora.

Il 4 marzo ha dimostrato che, a sinistra, nessuno è stato più furbo di altri e nessuno ha rappresentato per i cittadini la risposta giusta.

Si cali ora il sipario con quel po’ di dignità politica che resta e si lasci spazio a chi davvero ha la forza e il disinteressato entusiasmo di (ri)costruire.

Non è nemmeno più il tempo delle colpe da attribuire o delle accuse da lanciare. Occorre concentrarsi sulle cose positive fatte ed essere spietati nell’autocritica dei gravi errori, per passare oltre e disegnare un futuro che rianimi l’orgoglio di una sinistra riformista dialogante e disposta alla sintesi.

Serve una sinistra che torna a cercarsi nelle sue diverse anime, che si riconosce, si rispetta, studia un linguaggio comune con cui riproporsi alla propria gente che ora, sentendosi tradita, guarda altrove.

I vertici attuali hanno già dimostrato di non avere sufficiente umiltà per questa transizione. Non hanno colto gli indizi, sono stati sordi ai sussurri, hanno scrollato le spalle davanti alle urla. Ora che é arrivato lo schiaffone, é tardi e non resta che passare la mano.

Chi rompe, paga. In politica mica sempre é così. Per una volta però é cosa buona che i cocci restino in mano ad altri, chiamati a ricomporli. Adesso, definitivamente, è questione di facce nuove, storie diverse e senza incrostazioni, ricambio generazionale autentico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *