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PORTA GALERA. A Belleville si impara l’arabo

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La politica deve essere operaia, fatta di esempio e sacrificio. Senza il primo non c’è credibilità. Senza il secondo manca la spinta al miglioramento.- Stefano Cugini

araboIl dialetto nel cuore ma confermo l’arabo e penso al cinese.
Come un fulmine a ciel sereno è scoppiato in questi giorni l’affaire “corso di arabo”.

Il Consigliere Tassi ha urlato quanto sia grave che il Comune ne patrocini uno; la Lega, per voce del Segretario Pisani, ha rincarato la dose, chiedendo di educare invece gli stranieri al nostro dialetto.

Andiamo con ordine. Il corso non si svolge in una scuola e non è patrocinato. Lo abbiamo proprio organizzato noi, all’interno dell’offerta educativo/culturale di Spazio Belleville.

È rivolto ai bambini piccoli, tra i 6 e i 12 anni: è aperto a tutti e sarà anche un momento di conversazione in italiano e di socializzazione per le mamme che accompagnano i figli.

L’iscrizione non è gratuita e a oggi sono 20 le adesioni. “Belleville, incontri di età e culture” recita lo slogan del centro inaugurato a settembre in via Capra con Lilian Thuram, che abbiamo pensato come luogo di conoscenze, di scambio, di costruzione di ponti tra le persone.

Sono molte le ragioni che ci fanno ritenere utile questo piccolo contributo. Prima tra tutte la certezza che non si deve convertire nessuno e nemmeno essere convertiti, ma arricchire a vicenda nel confronto e costruire insieme la società di domani.

Attitudine che non pregiudica il far rispettare le regole. Studiare una lingua equivale a diffondere cultura, l’unico vero antidoto alle discriminazioni, alle violenze, alle incomprensioni da cui qualcuno vorrebbe difenderci con un approccio oscurantista anti storico.

Nel mondo parlano arabo 600 milioni di persone, più di quelle che parlano inglese. La globalizzazione ci porta a condividere i luoghi di studio, di lavoro, gli spazi di vita e noi ci domandiamo ancora se è bene o male favorire apprendimento? Come si può insinuare che queste iniziative pregiudichino la piacentinità o nascondano rischi di colonialismo culturale?

All’epoca dei miei genitori la lingua straniera per eccellenza era il francese, eppure i piacentini non hanno mai girato per la città con le baguette sotto il braccio, la maglia a righe e il basco in testa. Nessun bidet mi risulta sia sparito dalle nostre case. Poi è stata la volta dell’inglese, ma non per questo abbiamo cominciato a guidare a sinistra. Io a scuola ho studiato tedesco, senza mai sentirmi portato a invadere la Polonia sulle note di Wagner (cito indegnamente quel genio di Woody Allen).

Per me il dialetto è un patrimonio da tramandare, perché non si può costruire il futuro se perdiamo la memoria delle nostre tradizioni.

Vorrei però chiedere ai dirigenti di Jobs, Drillmec, Nordmeccanica – tanto per fare esempi noti – se preferiscono mandare per il mondo ingegneri in grado di conversare in lingua araba e in cinese o se contano di aumentare la loro clientela proponendosi con un bel: “c’al diga, as pudriss mia fè un po’ d’afèri insòma”?

Scherzi a parte, le stesse famiglie straniere hanno il problema dei figli nati in Italia, che non sono ancora completamente parte della cultura di adozione ma che non hanno di fatto più radici con i paesi d’origine. Se questi ragazzi non conoscono (o conoscono poco) la loro lingua madre, va da sé che i genitori, in casa, si sforzino di parlare italiano, perché sono i primi a capire l’importanza di integrarsi.

Io credo non ci sia niente di male nell’essere loro di supporto per valicare questo limbo tra appartenenze che frena i processi d’inserimento.

A Piacenza sono tanti i corsi d’italiano, ma parliamo comunque di un compito primario della scuola, che peraltro non vale solo per i nuovi cittadini. L’analfabetismo di ritorno è un fenomeno ormai diffuso anche tra chi è nato qui.

Poi, per carità: si sente la mancanza di un bel ciclo d’incontri in dialetto organizzato a Belleville? Bene, facciamolo. Insieme alle lezioni di mandarino, magari. Chi ci accusa di allontanarci dalla quotidianità del cittadino comune sta prendendo una cantonata e sono i cittadini stessi a dircelo: al contrario, facciamo lo sforzo di non fermarci in superficie, di elaborare proposte complesse a temi complessi, di portarle avanti spiegandole e offrendo ai piacentini gli strumenti per valutare le nostre azioni.

Altri banalizzano e trattano la gente come una massa sciatta che si beve qualsiasi cosa. Noi ci giochiamo la partita della responsabilità e del dialogo.

A chi, a secco di argomenti, dice poi che “ci sono altre priorità”, ribatto che quest’amministrazione sta cercando di usare la diligenza della buona madre di famiglia. Eh si, perché di solito siamo noi maschietti a credere che si possa fare solo una cosa per volta. Le donne hanno duecentomila anni di geni che le predispongono a fare più cose e gestire più ruoli contemporaneamente.

Capisco che a qualche cultore del celodurismo il concetto possa apparire indigesto, ma si rassegni: è la verità. Allora, per favore, smettiamo di far finta di non capire.

Se qualcuno ha davvero il dubbio che oltre il corso di arabo non si stiano affrontando altre e più serie priorità, sono a completa disposizione per illustrare, dati alla mano e con dovizia di particolari, cosa abbiamo fatto, cosa stiamo facendo e cosa abbiamo in animo di fare nei prossimi mesi per il sistema di welfare della nostra città.

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