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CITTADINANZA: chiedere fiducia è legittimo

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Ci spaventano le cose che non conosciamo, ma a volte è meglio conoscere una cosa per provarne una sana e consapevole paura.- Stefano Cugini

«Da assessore chiedere fiducia nelle istituzioni è alquanto pretenzioso, visto come vanno le cose nel nostro Paese».

Così mi ha apostrofato una cittadina l’altro giorno, sorpresa dal mio invito, mentre le spiegavo l’ennesima bufala su presunti lavori in corso per ospitare profughi (stavolta dalle parti di via Corneliana). A farle da contraltare, il Sig. Demetrio, mi ha invece chiamato per senso civico, segnalandomi una situazione su cui siamo riusciti a intervenire proprio grazie a lui. Ho risposto alla signora ed è stato bello capirci, superando (almeno un po’) la crosta di diffidenza, così come ho ringraziato il cittadino di buona volontà. Entrambi mi sono però serviti da spunto per un ragionamento più ampio riguardo la cittadinanza.

Il rapporto tra cittadini e istituzioni, in un quadro generale (sociale, economico, politico), è profondamente mutato rispetto a pochi decenni fa. Determinazione, mancanza di risorse, richiesta di aiuto.

Oggi più che mai chi amministra deve parlare senza filtri alla sua gente, perché è ora di ridefinire per davvero la natura della linea rossa che lega gli attori di una comunità.

Sono alla prima esperienza in Consiglio comunale, che da quasi cinque anni mi offre un osservatorio privilegiato per dire che se non riusciremo a rinsaldare un vero patto sociale, ci sarà poco da stare allegri.

Oggi non basta più a chi governa dimostrarsi un esempio di rettitudine, gestire in modo trasparente e moralmente irreprensibile la res publica, perché tale e tanto è il grado di sfiducia dei cittadini che il retro-pensiero pare inestirpabile.

Sia chiaro, questo disamore non è piovuto dal cielo. Il fascino del potere e la spasmodica ricerca del consenso immediato hanno creato cinismo e incapacità di programmare a lungo termine, di offrire una visione di futuro.

Tutto questo ha portato al rigetto generalizzato di questi tempi. Ciò detto, fare di tutta l’erba un fascio non aiuta nessuno. Oggi i Comuni sono soffocati da vincoli e trasferimenti sempre più scarsi.

Semplicemente, non possono più soddisfare tutte le richieste. Non è bello da dire, ma bisogna prima di tutto badare al sodo, alle necessità basilari, quelle che è compito di una politica accorta individuare.

Volenti o nolenti, ne deriva come la dose di responsabilità indispensabile per tirar fuori la testa da questa crisi, non solo economica, sia enorme e soprattutto in capo a ciascuno di noi.

Ai politici, che invece di vedere nel cittadino la semplice espressione di un voto, dovrebbero lavorare per il superamento di strategie e tattiche che inchiodano la crescita e la coesione e che nulla c’entrano con la ricerca del benessere collettivo.

Agli amministratori, che proprio dal momento di profonda difficoltà devono trovare le forze per azioni coraggiose, per leggere la realtà con occhi nuovi, scegliendo di non star fermi, in attesa che passi la buriana. La necessità di fare efficienza, non tagli, e di ragionare fuori dagli schemi per inventarsi soluzioni nuove serve a sopravvivere, non a essere più fighi.

A noi cittadini, perché partecipare non è solo farsi occhio del Grande Fratello, ma anche e soprattutto coinvolgimento e spirito di iniziativa. Chiediamo rigore ma siamo sempre pronti a trovare una scorciatoia, non chiediamo lo scontrino ma pretendiamo servizi al top, esigiamo strade perfette, parchi giochi esemplari, centri sportivi all’avanguardia, eventi di grido, chilometri di piste ciclabili e verde curato ma poi parcheggiamo sui marciapiedi e sulle aree per disabili, ignoriamo i limiti di velocità, gettiamo a terra ogni cosa che ci passa per le mani, diamo per scontato che qualcun altro toglierà dalla strada i nostri mozziconi, le cartacce o quel che lasciano i nostri fidati amici a quattro zampe.

Ricevo telefonate per chiedere “al Comune” di togliere “i ciuffi d’erba che sbucano dal marciapiede davanti casa” o sms che mi fanno notare come “le tal panchine abbiano bisogno di una riverniciata”.

Il mondo dorato degli spot Mulino Bianco è molto bello, un po’ inquietante forse. Comunque sia, è fiction. Se non capiamo la realtà, saremo condannati a una rincorsa che non porterà mai al traguardo. Ogni intervento di manutenzione, ripristino, sostituzione, se va bene è nell’ordine di qualche migliaio di euro, che quasi sempre mancano! Se si recuperano per aggiustare una scala mobile o un’altalena distrutta da vandali in cerca di emozioni, saranno inevitabilmente tolti a qualche altra opera, a qualche altro servizio.

Bisogna avere il coraggio di riformulare il messaggio: quando parliamo di cittadinanza attiva non stiamo proponendo (solo) un simpatico passatempo a chi si gode la pensione: serve aiuto. Non è una vergogna ammetterlo.

Un grande contributo può arrivare dal recupero di una buona dose di educazione civica: è gratis, bastano impegno e volontà. Non è più tempo di dire “non tocca a me”.

Il pre-requisito della partecipazione è il rispetto del bene comune, la sensibilità verso cose e persone, da praticare e trasmettere ai propri figli. Poi vuol anche dire darsi da fare e agire quello spirito di gratuità che ti fa sentire l’orgoglio di migliorare l’ambiente in cui vivi.

Don Giacomo Panizza, anima di Progetto Sud, scrive:

«Questa è la bellezza di essere cittadini e cittadine, di rinnovarsi come persone che vivono a testa alta, di dare un nuovo senso e una nuova organizzazione alla vita».

Non sono stato molto diplomatico, ma sincero sì, perché spero che la prossima volta alla signora non venga in mente di darmi del “pretenzioso” solo perché chiedo fiducia nelle istituzioni.

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