Tu che leggi, prova a chiederti come ti sentiresti, da persona appartenente alle categorie protette, una volta rinunciato al reddito di cittadinanza perché vuoi lavorare, se scoprissi che ti hanno assunto solo perché gli servivi come numero per partecipare a un appalto e poi ti impiegano (e pagano) col contagocce.

Questo pare sia quel che succede con i disabili assunti da chi ha vinto il bando del Comune di Piacenza per la gestione del verde pubblico.


Prenditi qualche minuto per entrare in Consiglio e sentire con le tue orecchie: guarda il video.

Consiglio Comunale 10/2/2020 – interrogazione, risposta, replica

Una corsa contro il tempo per recuperare persone, pressando – stando ai “si dice” – i servizi sociali pur di avere nomi da inserire nel famoso 30% utile per presentarsi al bando. Esseri umani, le cui condizioni successive di lavoro, da tutti i punti di vista, sarebbero state talmente degradanti da spingere alla denuncia pubblica, con un esposto all’Ispettorato del lavoro.

Su Libertà del 29 ottobre 2019, tre dipendenti assunti – in quota categoria protetta – dalla società Suardi srl, appartenente all’associazione temporanea di impresa appaltatrice della manutenzione del verde pubblico nella parte est di Piacenza, lamentano il mancato impiego periodico, nonostante un contratto a tempo determinato, rinnovato in data 30 settembre u.s.

Ci attiviamo in Consiglio comunale, presentando un’interrogazione urgente, basata su quattro considerazioni:

  1. che la retribuzione per questo tipo di contratti è legata all’effettiva prestazione svolta, motivo per cui a zero ore di impiego corrispondono zero euro in busta paga;
  2. che occorre fugare il dubbio di un mantenimento in pianta organica allo scopo esclusivo di non scendere sotto la quota di lavoratori appartenenti alle categorie protette prevista dall’appalto;
  3. che, se il punto 2 fosse invece confermato, si tratterebbe di un modo spregiudicato di aggirare le disposizioni, con l’aggravante dell’accanimento su soggetti in condizioni di fragilità, che vedrebbero lesa la propria dignità personale, oltre che il diritto all’inserimento lavorativo vero;
  4. che, sempre se il punto 2 trovasse conferma, si evidenzierebbe il disinteresse per il significato autentico del ricorso a queste categorie di lavoratori, il cui impatto sociale in termini di inserimento lavorativo ed economico, compresi i minori costi di accesso degli stessi ai servizi sociali è dimostrato da ormai consolidata letteratura;

Le domande successive, conseguenti a queste premesse, erano tutte volte a capire se – da un punto di vista numerico e qualitativo – il vincitore della gara stava rispettando i suoi lavoratori e se (e quanto) il Comune stava vigilando.

Come sia possibile “dribblare” domande così ovvie con una scusa tanto banale è difficile da capire e da spiegare.

Nemmeno a farlo apposta, il giorno dopo, la cronaca cittadina sveglia i piacentini con la decisione del TAR, quella “magistratura amministrativa” di cui parlavano l’assessore e l’avvocatura per giustificare la mancata risposta:

“Appalto del verde: assegnazione illegittima” (link)

E, guarda un po’, uno dei punti contestati nella sentenza è proprio:

la presenza di lavoratori svantaggiati in una quota inferiore al 30%…

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