A chi mi chiede in privato perché non dico nulla sui “furbetti“, a chi mi dice di vergognarmi, a quelli che “adesso finalmente tirano fuori i vostri scheletri catto-comunisti“. Il popolo dei leoni da tastiera è affamato di giustizialismo.

Ho già dichiarato in pubblico che queste inchieste sono i nodi che vengono al pettine della condotta di un’amministrazione sempre improntata a trasparenza e inflessibilita. Gli scheletri, quando li abbiamo trovati, li abbiamo messi in piazza noi. Basta guardare quanto è stato fatto in questo senso negli ultimi anni.

Nessuna vergogna quindi, parola che sento usare spesso anche da qualche politicante, evidentemente tanto abituato al suo significato da non poterne più fare a meno.

Dopodiché, l’esperienza maturata ha dato ancora più forza al mio garantismo. Troppo facile creare dei mostri. Troppo diffuso il cinismo di chi poi abbandona a se stesse persone distrutte nella reputazione e nell’animo quando magari escono pulite da accuse che in principio sembrano pesantissime.

Ho alcuni esempi ben chiari in testa e sono a disposizione delle autorità che volessero sentirmi. I verifurbetti devono pagare fino in fondo per il danno materiale e di immagine che hanno provocato.

La gogna dei giustizialisti social però, di chi vorrei vedere se ha coraggio e statura morale per scagliare la prima pietra, non fa giurisprudenza. Per fortuna.

Vomitiamo meno rabbia e impegnamoci di più, ognuno per sé, a essere cittadini migliori ogni giorno, perché il germe dei furbetti è in ognuno di noi, se abbiamo l’onestà di ammetterlo.

Luigi Gazzola, ex collega assessore al bilancio e personale, con un lungo post ha chiarito come meglio non si può fare la questione e il pensiero. Vale la pena leggere il suo pezzo per qualche ragionamento che scenda un po’ sotto quella superficie di melma nella quale molti si accontentano di sguazzare.

PANEM ET CIRCENSES

I dipendenti pubblici sono come i cristiani dell’antica Roma. Ogni tanto l’Imperatore deve buttarne un po’ nella fossa dei leoni per placare la fame delle belve e tacitare il popolo in tumulto.

1 – Premetto che i “furbetti del cartellino” non sono giustificabili. Hanno sbagliato e devono essere sanzionati. Ho chiesto per primo che il Comune si costituisca parte civile negli eventuali giudizi penali. Sanzionati non in modo esemplare ma in modo giusto. Il superstite stato di diritto prevede ancora pene giuste non pene esemplari. Non facendo di ogni erba un fascio ma vagliando le situazioni caso per caso. Trattare in modo diverso situazioni uguali sarebbe sbagliato quanto trattare in modo uguale situazioni diverse. Tra coloro che sono incorsi nelle maglie della Giustizia vi sono ottime persone, nonostante le circostanze, preziosi collaboratori dell’Ente. Non è agevole il compito di chi è chiamato a valutare la diversa gravità dei fatti. Devono sopperire le norme e soprattutto il buon senso, regola non scritta ma di cui gli incaricati sono dotati.

2 – Posto che la responsabilità penale è personale e non si estende per contagio, qualche “leone” temerario ha subito evocato la culpa in vigilando, la compiacenza e la connivenza, di chi (me compreso) avrebbe dovuto controllare i lavoratori e i loro comportamenti. Essendovi un’indagine ancora in corso prudenza suggerisce di non entrare nei dettagli e precisare il livello di collaborazione prestata dai singoli. Posso però assicurare che quei controlli sono stati e vengono svolti. Nel corso dell’ultimo mandato sono stati una ventina i casi più gravi affrontati dall’UPD (Ufficio Procedimenti Disciplinari), diversamente sanzionati con mesi di sospensione dal servizio e dallo stipendio, ad alcuni dei quali ha fatto seguito – senza gratuiti clamori – anche il licenziamento dei responsabili. Altrettanti sono stati adottati dai dirigenti delle Direzioni operative per mancanze più lievi (condotte non conformi ai principi di correttezza o minacciose, alterchi, inosservanza delle disposizioni di servizio anche in tema di assenze e di orario di lavoro, ecc.) che hanno visto comminati accanto a richiami verbali e scritti anche sospensioni dal servizio e dalla retribuzione per pochi giorni, decurtazioni stipendiali, ecc.).

3 – Proprio perché vi era la consapevolezza del fenomeno e della sua dimensione negli scorsi anni si è cercato di agire anche sul fronte della prevenzione. Sono state oltre 150 le ore dedicate con appositi corsi alla formazione ed informazione che hanno coinvolto tutto il personale in materia di codice di comportamento, di anticorruzione, di legalità e dei rischi legati alla loro violazione. Nemmeno sono mancate circolari esplicative diramate dal Responsabile della Trasparenza ed anticorruzione.

4 – Non aiuta certamente la dislocazione delle strutture comunali in almeno dodici sedi che comporta spostamenti esterni per raggiungerle che non sarebbero necessari se si fosse potuto contare su una sede unica. In ogni caso alcune attività devono essere svolte esternamente (manutenzioni, viabilità, sociale, notifiche, ecc., non a caso quelle interessate…). Nemmeno è pensabile che pochi dirigenti (che oltre a dirigere sono direttamente operativi) possano costantemente avere il controllo diretto di 630 lavoratori variamente impegnati. Ciò che non giustifica quanto accaduto e impone di adottare controlli più efficaci.

5 – Se ne esce con l’impegno di tutti. In primo luogo dei lavoratori. E’ vero che il contratto di lavoro non viene rinnovato da 9 anni e le condizioni di benessere lavorativo non sono ottimali ma questo non giustifica il venir meno ai propri doveri e approfittare delle situazioni perché lo status e la dignità del dipendente pubblico non lo consente. Ai dirigenti spetterà di intervenire con più decisione mettendo da parte il quieto vivere, il timore di “rovinare” qualcuno o quello delle “ritorsioni”. Anche il sindacato dovrà fare la propria parte cominciando a non fingere di “cadere dal pero” e smettendo di chiedere sempre “tutto per tutti”. La politica deve avere ben chiaro intanto che queste situazioni sono anche il frutto dello stato di abbandono nel quale i Comuni da qualche anno sono stati relegati dal punto di vista sia economico che ordinamentale. I “giri di vite” o le “pedate nel culo” servono fino alla prossima volta. Quanto accaduto altrove infatti non ha impedito che si ripetesse qui.

6 – Personalmente ho cercato di fare il possibile nella situazione data, ho sempre detto anche pubblicamente che il problema delle risorse umane non era meno grave di quello delle risorse economiche, ho impostato il rapporto sindacato/dipendenti sul piano collaborativo ma senza mai fare sconti né favori (sarà anche per questo che ho preso pochi voti?) e quando è stato necessario ho accompagnato di persona in Procura chi doveva sporgere denuncia e in altre occasioni ho invitato a farlo senz’altro. Probabilmente non è bastato.

7 – L’impegno di tutti passa anche attraverso una normativa adeguata. Un episodio. Lo scorso anno si è proceduto disciplinarmente nei confronti di tre dipendenti che erano amministratori di una cooperativa per la quale operavano senza l’autorizzazione dell’Ente. L’UPD li sanzionò con la misura massima di sospensione dal servizio e dallo stipendio. I tre ricorsero al Giudice del Lavoro il quale, non potendo ex lege graduare diversamente la sanzione, pur riconoscendo la veridicità e fondatezza di quanto contestato dall’Ente, accolse il ricorso dei lavoratori condannando il Comune al pagamento delle spese processuali con restituzione degli stipendi trattenuti. Il messaggio che ne derivò fu chiarissimo nel Palazzo: fai quello che ti pare, che non ti succede un

Luigi Gazzola

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