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MEMORIA. Resistenza, verso il 25 aprile: Paolo Belizzi

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In politica vanno di moda quelli che sono “fedelissimi” di qualcun altro (che poi il “qualcun altro” cambi nel tempo è discorso a parte); io invece sono fedele ai valori che mi ha trasmesso la mia famiglia e alle idee che mi sono formato crescendo. E sono leale con chi è coerente nell’interpretare queste idee e questi valori.- Stefano Cugini

Si avvicina la data per eccellenza della nostra Repubblica, quel 25 aprile che significa liberazione, fine del giogo nazi-fascista, speranza, futuro. Piacenza ha un posto speciale in questa storia e ricordarne i protagonisti è un dovere, oltreché un regalo per i più giovani.

copertina del libro "Quelle che non fanno storia" - pagine della cospirazione antifascista a Piacenza

Paolo Belizzi nasce a Quercioli di Podenzano in una famiglia contadina nel 1906. Giovanissimo è avviato al lavoro di falegname, che eserciterà con grande maestria per oltre mezzo secolo.

Con il fratello maggiore Mario è tra gli Arditi del popolo di Piacenza che, nel 1921, sotto la guida dell’anarchico Emilio Canzi, contrastano il nascente fascismo. Organizzatore del grande sciopero delle bottonaie del 1930, nello stesso anno è arrestato per propaganda antifascista: condannato al confino (Lampedusa e Lipari), viene liberato alla fine del 1932, in occasione dell’amnistia promulgata nel decennale della marcia di Roma.

Nuovamente arrestato nell’aprile 1943, esce da San Vittore il giorno dopo la caduta del fascismo, il 26 luglio. All’indomani dell’8 settembre è tra i più attivi nell’organizzare la lotta contro fascisti e nazisti, dando vita alle prime squadre Gap e Sap in città.

E’ tra i fondatori del CLN di Piacenza, di cui sarà membro fino all’estate 1944 e, nello stesso periodo, segretario della federazione comunista. Il suo laboratorio di falegnameria in via Benedettine è un punto di raccolta e smistamento verso tutta la provincia di armi e stampa antifascista. Dopo la liberazione, è componente della Commissione provinciale di epurazione.

Nel dossier dei perseguitati politici della questura di Piacenza, Belizzi è definito come “l’elemento più pericoloso tra gli antifascisti“.

Paolo Belizzi […] nasce all’inizio del Novecento, penultimo dei sette figli di una famiglia contadina, in Comune di Podenzano. […] il suo apprendistato lavorativo umano politico-morale si concreta negli anni immediatamente successivi all’enorme e insensata tragedia della Grande guerra, tra biennio rosso e nascente fascismo. […] Scrive: «Nonostante la mia giovane età, cominciai ad odiare chi faceva il doppio gioco, anche se non ero in grado di valutare chi avesse torto. Capivo però che era una vigliaccheria tenere il piede in due scarpe. Per conto mio, date le condizioni della famiglia da cui provenivo, non potevo che stare dalla parte dei poveri e quindi a sinistra».

[…] Sin dall’inizio il suo antifascismo si nutre di severità morale, un tratto che caratterizzerà il Belizzi in maniera permanente. […] Belizzi scelse subito di essere “intero, non astuto” – integro, leale, non doppio – e dovette capire ben presto, credo, che la fedeltà alla propria parte non esclude, anzi implica, di essere critici e vigili sulle ragioni e i valori originari, che tali restano solo se continuamente riverificati (rigenerati) nelle circostanze della vita, personale e collettiva. Sempre ben alla larga da quel “gattopardismo”, a tal punto costitutivo di questo paese, da sopravvivere ai crolli dei Muri e alla globalizzazione.

[…] Belizzi scelse non solo la parte giusta, ma, aggiungerei, il modo giusto di starci: in prima fila di fronte alle responsabilità e agli oneri (l’attività cospirativa, il confino, l’isolamento, il carcere, i continui e tremendi rischi dell’organizzazione della Resistenza in città); lontano o allontanato, in disparte, ai margini, quando giunse il momento degli onori.

Gianni D’Amo

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