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Tertium non datur

Tertium non datur

"Ci siamo risvegliati nel modo più traumatico possibile da anni in cui la politica per il cittadino è arrivata seconda dietro alle mille beghe interne. Abbiamo scelto di essere prigionieri di noi stessi e delle nostre debolezze”

| Il castello è venuto giù

Assumersi la responsabilità di mettersi al servizio di una storia da salvare, che coinvolge migliaia di piacentini nei valori di un centro-sinistra moderno, riformista e progressista, tornando a dare un’identità chiara e riconoscibile. Ricetta semplice ma dannatamente impegnativa.

Il castello del Partito Democratico è crollato. I rattoppi non servono più: bisogna ricostruire. Possibilmente insieme.

Io credo (ancora) ai valori della nascita, non mi rassegno a un’involuzione che si è fatta baratro e mi oppongo a interpretazioni della realtà ormai scollegate dalla base.

Ci siamo risvegliati nel modo più traumatico possibile da anni in cui la politica per il cittadino è arrivata seconda dietro alle mille beghe interne. Abbiamo scelto di essere prigionieri di noi stessi e delle nostre debolezze, abbiamo avuto paura di chiedere aiuto alla nostra gente, di ascoltarne gli umori, di interpretarne le sollecitazioni.

Adesso, o si rigenera, o si sparisce, tertium non datur.

Assumersi la responsabilità di mettersi al servizio di una storia da salvare, che coinvolge migliaia di piacentini nei valori di un centro-sinistra moderno, riformista e progressista, tornando a dare un’identità chiara e riconoscibile, da troppo tempo venuta meno. Ricetta semplice ma dannatamente impegnativa.

L’anno zero ci è imposto dagli elettori e non solo dopo il 25 giugno. La cronaca recente a Piacenza pone il Partito Democratico di fronte a sconfitte in serie, sia sul piano politico che amministrativo, con una provincia ormai trainata da destre più o meno radicali.

Prendiamo atto di dinamiche trite, figlie di un partito ripiegato su se stesso e su fazioni in perenne scontro, abbandonato dagli iscritti e succube di leader non disposti ad accettare che nell’immaginario della nostra base rappresentano ormai il professionismo della politica, intento ad auto perpetuarsi e lontano dal c.d. “mondo reale”. Facciamo mea culpa per aver sacrificato, sull’altare di queste logiche distorte, candidati e amministrazioni, tra cui Fiorenzuola e Piacenza, con l’onta di una disfatta dalla portata senza precedenti proprio nel capoluogo. Pareva esserci assuefazione e su questo c’è chi ha pensato di poter vivere di rendita.  Il voto ha dimostrato invece rigetto.

Un partito che sa solo litigare è debole per definizione. Non aiuta i suoi eletti e amministratori, non si cura dei suoi iscritti e militanti.

L’errore più grave oggi sarebbe tanto auto-assolversi, quanto andare all’ennesima resa dei conti. Tanto dirottare colpe, quanto sminuire ricorrendo a elementi ineludibili ma parziali come la scissione, il trend nazionale e l’elevato astensionismo, che al contrario devono stimolare in tutti riflessioni ancora più pronte. Se continueremo a soddisfarci della narrazione che si fa al nostro interno, sempre più piccolo e deluso, si basi questa su prove di forza, conte o flebili equilibri dettati dall’interesse del momento, possiamo star certi che il declino sarà inesorabile e neppure troppo lento. Al contrario, se torneremo a elaborare politiche reali e a condividere posizioni concrete con i cittadini, nessun nuovo traguardo sarà fuori dalla nostra portata, primo tra tutti quello di tornare alla guida della città già nel 2022.

Oggi abbiamo consegnato Piacenza alla destra per demeriti nostri. Ci siamo regalati cinque anni, per domandarci ogni giorno come tornare ad appassionare i piacentini, a convincerli di essere soggetto coerente e credibile. È questione di qualità dell’offerta politica, d’identità precisa e dell’etica di chi vuol rappresentare comunità di persone.

Discontinuità è la parola simbolo di questi ultimi 6 mesi. Ora l’esigenza si sente ancora più forte.

I segretari, provinciale e cittadino, si sono dimessi con un gesto di apprezzabile dignità politica, ma non si può pensare che bastino un paio di “teste” per sistemare tutto, perché il punto non è quello.

Siamo alla prova del nove, dobbiamo dimostrare e dimostrarci che la strada nuova è intrapresa con convinzione e non per mestiere. Serve voltare pagina, prima di tutto con un nuovo metodo, per farsi carico del rilancio e del massimo coinvolgimento possibile di tutti i militanti, degli amministratori, di chi ha incarichi politici, dei cittadini e delle forze che si riconoscono nei valori della nostra tradizione. I giovani si stancano di attaccare manifesti: devono diventare protagonisti.

Dobbiamo tornare a essere uno spazio di elaborazione permanente di sinistra, non un incubatore di consenso elettorale alla bisogna.

Il Partito Democratico di Piacenza non deve tornare TRA la gente, proposizione stanca e che sottende ancora una volta un “noi” e un “loro” ma DELLA gente, per ribadire autentico spirito di servizio e comunanza di intenti.

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