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Profughi: tra xenofobo e buonista c’è un mondo da capire

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Un politico può promettere. Un amministratore deve dimostrare.- Stefano Cugini

profughi richiedenti asiloPochi giorni fa ho risposto alla domanda di un cronista locale, che mi chiedeva di commentare le parole del Ministro Alfano su Mare Nostrum. Ne è derivato un articolo dal titolo: “Stop a Mare Nostrum? Cugini: ora aiutare i profughi nelle loro terre“.

Il tema è molto sensibile e compare con frequenza sulla stampa, sia come cronaca che nelle considerazioni personali di molti piacentini.

Ho notato due aspetti. Il primo, che siamo ormai incapaci di coltivare il dubbio: o si è xenofobi o buonisti. Non contempliamo ciò che riempie le due polarità. Ogni lettura è la presa d’atto di certezze incrollabili e dell’attacco, più o meno diretto, a chi la pensa diversamente. Da ambo le parti. Ci muoviamo solo categorizzando, verso gli estremi per di più.

Il secondo, la consolidata tendenza alla semplificazione. È come se negassimo le complessità, se ci fossimo persuasi che approfondire sia una perdita di tempo, il vezzo di qualcuno incapace di vedere le soluzioni che ha davanti agli occhi, che si diverte a fare sempre l’esatto contrario di ciò che il buon senso suggerirebbe.

Nel suo piccolo, anche il mio intervento ha confermato quanto sopra. E così sono passato da paladino dei profughi a filo-imperialista nemico degli sfruttati, immigrazionista pentito, ormai prossimo a un credo caro ad altre latitudini politiche. Ho rischiato la schizofrenia!

Inutile dire che non mi riconosco in nessuna delle due impostazioni: appartengo a una scuola di pensiero antitetica a chi vorrebbe le frontiere chiuse, a chi, quando parla – non solo in questo caso – distingue tra un “noi” e un “loro”, provoca (?) scomodando crociate, vede nella diversità il nemico, il pericolo, l’invasore che toglie casa, soldi, posti di lavoro agli italiani, che annacqua i nostri valori.

Questioni di sensibilità culturale, intellettuale, politica mi collocano a distanze siderali, insieme a chi non distingue dal colore della pelle, dalla religione, dall’orientamento sessuale, ma dalla capacità di ascriversi a categorie oggettivamente positive. Chiamo fratello chi rispetta le regole, chi è educato, chi paga le tasse, chi coglie il valore del prendersi cura, del prossimo e del bene comune.

In mezzo a queste due posizioni c’è però un grande spazio per dialogare e capire reciprocamente le ragioni dell’altro, perché tutti i punti di vista poggiano su qualcosa di reale. È un male segnare distanza, escludere, ma è dannoso anche farsi guidare da slanci ideologici troppo astratti.

Viviamo un “qui e ora” che ci impone tanto realismo e uno sguardo lucido, rivolto a un presente problematico e all’eredità che vorremo lasciare alle generazioni future.

Ho sempre creduto nel principio di coniugare solidarietà umana ed equità sociale. Coerentemente, ho detto che

terminare l’operazione Mare Nostrum non deve significare tirarsi indietro, bensì cercare nuove strade più efficaci per tutti

L’accoglienza è un valore universale, laico, imprescindibile. Ogni corpo inghiottito dal mare pesa sulle coscienze di chi avrebbe potuto muovere anche un solo dito per evitare la tragedia.

Però non bisogna nemmeno fingere di essere una culla calda e comoda. Perché oggi la crisi morde tutti, anche chi sta già qui (per nascita o per “anzianità”) e al pari dei nuovi arrivati non ha di che mettere insieme il pranzo con la cena e dorme in rifugi di fortuna.

È vero che chi sbarca porta con sé tanta disperazione, ma è innegabile che oggi approda su lidi in condizioni certo di gran lunga migliori, ma che comunque vivono una situazione di enorme difficoltà.

Altro che culla! L’Italia è al massimo un pagliericcio, che per ora, malgrado una buona volontà da applausi e tante risorse economiche messe a disposizione, sta scontentando tutti, ospiti e ospitati.

Mare Nostrum, pur con alcune importanti virtuosità, sta fallendo perché il regolamento “Dublino III” e le principali norme del Sistema europeo comune di asilo presentano ancora gravi lacune da sanare.

Non vedo male a prescindere un superamento di questo impianto, purché sia collocato in una revisione generale del sistema su scala internazionale.

Trasferire gli aiuti anche in loco, fermo restando i soccorsi umanitari, per me significa esportare infrastrutture e non favorire conflitti, non vendere armi ma competenze, non sfruttare risorse ma investire su educazione e cultura; vuol dire contrastare alla fonte il traffico di esseri umani, che non potrebbe essere così florido senza una certa connivenza dei governi locali.

Il dono più grande che possiamo fare a queste genti è permettergli di essere cittadini e non profughi. Prima di tutto cittadini delle loro terre, in pienezza di diritto; in prospettiva emigranti per scelta: non per fuggire a fame, carestie, povertà, mattanze.

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