Con sincerità credo che al cittadino del dibattito interno sul post-voto che si apre adesso nel PD interessi poco o niente. Roba per addetti ai lavori.

Gli avversari gongolano; tra i nostri, chi ci è (o ci era) vicino, scuote la testa. Già me lo vedo a battersi la fronte sconsolato col palmo della mano. Parole, parole, parole. Utili, per carità. Necessarie, in un momento come questo. Ma che rischiano di essere l’ennesima sbrodolata di commenti, al solito variabili tra un mix di buone intenzioni (già mille altre volte andate deluse) e qualche chilo di sassolini che escono da scarpe troppo strette da troppo tempo.

E poi? Penso che sia questo “e poi” il vero punto.

La mia convinzione è che la sinistra abbia da tempo preso la china della sconfitta perché ha smarrito credibilità, in una deriva sempre più autoreferenziale, dove dietro all’ormai trito concetto dello “spirito di servizio” si fanno scudo generazioni di dirigenti troppo presi a perpetuare le loro rendite di posizione che ad ascoltare sul serio la strada e le sue quotidiane priorità.

Manca il collante autentico, percepito, tra le parole e i fatti. Rari sono gli esempi che trascinano.

Il PD, nonostante tanti risultati ben tradotti in titoli e slogan, esce con le ossa rotte nell’ormai cristallizzata veste del gestore del potere fine a se stesso, più amico delle alte sfere e dei salotti che di quella base del bisogno, della fragilità, dei diritti, del lavoro precario che una volta lo considerava il riferimento naturale. Per molti militanti, appassionati e per una marea di piccoli amministratori di provincia non è di certo così. Ad altri livelli, anche senza generalizzare, purtroppo questa fotografia è  reale.

Il resto della sinistra, che se “Atene piange, Sparta non ride”, se ne sta lì con numeri prossimi al sotto-soglia, chiaramente incapace di far prevalere in un elettorato stanco e frustrato la dimensione della proposta credibile a quella di un universo pluri-frammentato e litigioso, parimenti in mano a consumati e strapagati professionisti della politica, destinato all’irrilevanza sostanziale.

Che fare dunque? Nei momenti dei tanti dubbi, serve qualche certezza, qualche dimostrazione plastica della disponibilità al sacrificio, all’uscita dagli schemi.

In attesa che a Roma si risolvano i massimi sistemi, cominciando (tra le altre cose) a capire il bisogno di produrre una nuova classe dirigente formata, preparata e non eterodiretta, equidistante da “cariatidi” e “carneadi”, a me piacerebbe che a Piacenza il mio partito desse prova di buon senso e determinatezza, con una mano tesa, segno di forza, capacità di analisi critica e maturità.

Si lanci un appello affinché i rappresentanti delle aree riformiste, che fanno del vivere solidale e inclusivo la loro ragion d’essere, animino un confronto permanente e strutturato.

Un mix di politica, civismo, associazionismo, aperto al mondo studentesco e sindacale, al terzo settore, all’ambientalismo, alle realtà culturali, che dia respiro a esperimenti già in cantiere e a disponibilità da sondare, ma sappia osare come mai è stato fatto prima – in assenza di condizioni e consapevolezze che oggi sarebbe saggio far maturare – dandosi il dichiarato obiettivo di arrivare, nel volgere massimo di un anno, a essere il motore e il supporto di un UNICO GRUPPO CONSIGLIARE DEL CENTRO-SINISTRA a Palazzo Mercanti.

Una compagine vocata al medio termine, una scelta ragionata, non nata a freddo o sull’onda emotiva, che rappresenti le istanze di tutti coloro che si riconoscono in questi valori, comprese le forze che ora non hanno eletti in Consiglio.

Un gruppo che possa far vedere che se c’è volontà, la dedizione al bene comune può essere condivisa, ognuno con pari dignità e al riparo da gerarchie precostituite o paternità insensate.

Lo dico con molta umiltà e nessuna ambizione, mettendo sul tavolo una proposta autonoma, da semplice cittadino, su cui chi vorrà potrà dire la sua e lavorare, ognuno con pari dignità e al riparo da gerarchie precostituite o paternità insensate.

Un percorso serio e credibile, non tanto sulle piccole questioni contingenti ma sui temi di reale interesse e prospettiva della città, che dimostri ai piacentini che non vogliono rassegnarsi all’avanzare delle destre un impegno autentico a loro dedicato.

Nessuno sarà chiamato a snaturarsi, né a fare accordi al ribasso. Al contrario, vorrei che si volasse alto, per allargare la visione, non tanto sulle piccole questioni contingenti ma sui temi di interesse e prospettiva della città.

Una tensione a condividere, a cercare un linguaggio il più possibile comune, nuove forme di coinvolgimento popolare, per aiutare a comprendere le questioni più complesse ed essere sicuri di capire bene, di rimando, qual è il pensiero e quali sono i desiderata della nostra gente.

Uno spazio in cui le idee emergano per la forza dei loro contenuti e per il favore che riescono a intercettare e non per il presunto “potere” di chi le propone.

Una rete dove i partiti tornino davvero a essere luogo di ascolto, elaborazione diffusa, trasmissione coerente della volontà popolare.

Possiamo (e dobbiamo) rianimare una politica più credibile, attrattiva, coinvolgente, che una volta per tutte programma a piccoli passi concreti e responsabili, non corre appresso l’altrui agenda e abbandona la costante e immediata ricerca del consenso, dedicata sempre alle pance, raramente ai cuori, mai alle teste.

Gli elettori ci hanno accomunato nella sconfitta. È così impensabile provare a ripartire più uniti, piantando insieme i semi di future vittorie? Per me non esiste utopia.

Solo buona volontà, tanta onestà intellettuale e voglia di mettersi in gioco, con il NOI preferito all’IO che smette di essere un vuoto slogan per diventare un principio assoluto e imprescindibile.

Questo ho detto alla Direzione provinciale, per stare sul pezzo e non perdermi in parole che poi il vento si porta via.

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