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CITTADINANZA: chiedere fiducia è legittimo
Per fare buona politica non c’è bisogno di grandi uomini, ma basta che ci siano persone oneste, che sappiano fare modestamente il loro mestiere. Sono necessarie, la buona fede, la serietà e l’impegno morale. In politica, la sincerità e la coerenza, che a prima vista possono sembrare ingenuità, finiscono alla lunga con l’essere un buon affare.- Piero Calamandrei

«Da assessore chiedere fiducia nelle istituzioni è alquanto pretenzioso, visto come vanno le cose nel nostro Paese».

Così mi ha apostrofato una cittadina l’altro giorno, sorpresa dal mio invito, mentre le spiegavo l’ennesima bufala su presunti lavori in corso per ospitare profughi (stavolta dalle parti di via Corneliana). A farle da contraltare, il Sig. Demetrio, mi ha invece chiamato per senso civico, segnalandomi una situazione su cui siamo riusciti a intervenire proprio grazie a lui. Ho risposto alla signora ed è stato bello capirci, superando (almeno un po’) la crosta di diffidenza, così come ho ringraziato il cittadino di buona volontà. Entrambi mi sono però serviti da spunto per un ragionamento più ampio riguardo la cittadinanza.

Il rapporto tra cittadini e istituzioni, in un quadro generale (sociale, economico, politico), è profondamente mutato rispetto a pochi decenni fa. Determinazione, mancanza di risorse, richiesta di aiuto.

Oggi più che mai chi amministra deve parlare senza filtri alla sua gente, perché è ora di ridefinire per davvero la natura della linea rossa che lega gli attori di una comunità.

Sono alla prima esperienza in Consiglio comunale, che da quasi cinque anni mi offre un osservatorio privilegiato per dire che se non riusciremo a rinsaldare un vero patto sociale, ci sarà poco da stare allegri.

Oggi non basta più a chi governa dimostrarsi un esempio di rettitudine, gestire in modo trasparente e moralmente irreprensibile la res publica, perché tale e tanto è il grado di sfiducia dei cittadini che il retro-pensiero pare inestirpabile.

Sia chiaro, questo disamore non è piovuto dal cielo. Il fascino del potere e la spasmodica ricerca del consenso immediato hanno creato cinismo e incapacità di programmare a lungo termine, di offrire una visione di futuro.

Tutto questo ha portato al rigetto generalizzato di questi tempi. Ciò detto, fare di tutta l’erba un fascio non aiuta nessuno. Oggi i Comuni sono soffocati da vincoli e trasferimenti sempre più scarsi.

Semplicemente, non possono più soddisfare tutte le richieste. Non è bello da dire, ma bisogna prima di tutto badare al sodo, alle necessità basilari, quelle che è compito di una politica accorta individuare.

Volenti o nolenti, ne deriva come la dose di responsabilità indispensabile per tirar fuori la testa da questa crisi, non solo economica, sia enorme e soprattutto in capo a ciascuno di noi.

Ai politici, che invece di vedere nel cittadino la semplice espressione di un voto, dovrebbero lavorare per il superamento di strategie e tattiche che inchiodano la crescita e la coesione e che nulla c’entrano con la ricerca del benessere collettivo.

Agli amministratori, che proprio dal momento di profonda difficoltà devono trovare le forze per azioni coraggiose, per leggere la realtà con occhi nuovi, scegliendo di non star fermi, in attesa che passi la buriana. La necessità di fare efficienza, non tagli, e di ragionare fuori dagli schemi per inventarsi soluzioni nuove serve a sopravvivere, non a essere più fighi.

A noi cittadini, perché partecipare non è solo farsi occhio del Grande Fratello, ma anche e soprattutto coinvolgimento e spirito di iniziativa. Chiediamo rigore ma siamo sempre pronti a trovare una scorciatoia, non chiediamo lo scontrino ma pretendiamo servizi al top, esigiamo strade perfette, parchi giochi esemplari, centri sportivi all’avanguardia, eventi di grido, chilometri di piste ciclabili e verde curato ma poi parcheggiamo sui marciapiedi e sulle aree per disabili, ignoriamo i limiti di velocità, gettiamo a terra ogni cosa che ci passa per le mani, diamo per scontato che qualcun altro toglierà dalla strada i nostri mozziconi, le cartacce o quel che lasciano i nostri fidati amici a quattro zampe.

Ricevo telefonate per chiedere “al Comune” di togliere “i ciuffi d’erba che sbucano dal marciapiede davanti casa” o sms che mi fanno notare come “le tal panchine abbiano bisogno di una riverniciata”.

Il mondo dorato degli spot Mulino Bianco è molto bello, un po’ inquietante forse. Comunque sia, è fiction. Se non capiamo la realtà, saremo condannati a una rincorsa che non porterà mai al traguardo. Ogni intervento di manutenzione, ripristino, sostituzione, se va bene è nell’ordine di qualche migliaio di euro, che quasi sempre mancano! Se si recuperano per aggiustare una scala mobile o un’altalena distrutta da vandali in cerca di emozioni, saranno inevitabilmente tolti a qualche altra opera, a qualche altro servizio.

Bisogna avere il coraggio di riformulare il messaggio: quando parliamo di cittadinanza attiva non stiamo proponendo (solo) un simpatico passatempo a chi si gode la pensione: serve aiuto. Non è una vergogna ammetterlo.

Un grande contributo può arrivare dal recupero di una buona dose di educazione civica: è gratis, bastano impegno e volontà. Non è più tempo di dire “non tocca a me”.

Il pre-requisito della partecipazione è il rispetto del bene comune, la sensibilità verso cose e persone, da praticare e trasmettere ai propri figli. Poi vuol anche dire darsi da fare e agire quello spirito di gratuità che ti fa sentire l’orgoglio di migliorare l’ambiente in cui vivi.

Don Giacomo Panizza, anima di Progetto Sud, scrive:

«Questa è la bellezza di essere cittadini e cittadine, di rinnovarsi come persone che vivono a testa alta, di dare un nuovo senso e una nuova organizzazione alla vita».

Non sono stato molto diplomatico, ma sincero sì, perché spero che la prossima volta alla signora non venga in mente di darmi del “pretenzioso” solo perché chiedo fiducia nelle istituzioni.

curiosità, nuovi cittadini, partecipazione
PORTA GALERA. Lo sai che la cittadinanza attiva azzera le distanze?
In politica vanno di moda quelli che sono “fedelissimi” di qualcun altro (che poi il “qualcun altro” cambi nel tempo è discorso a parte); io invece sono fedele ai valori che mi ha trasmesso la mia famiglia e alle idee che mi sono formato crescendo. E sono leale con chi è coerente nell’interpretare queste idee e questi valori.- Stefano Cugini

La politica può anche ragionare per sottrazione. É virtuosa quando cede protagonismo a favore dei cittadini. Deve creare le occasioni per promuovere ‪#‎cittadinanzattiva, che è sapere trasformare in convivialità momenti utili per tutti. Aggregazione di valori, volontà, persone.

E allora appuntamento tutte le domeniche per le vie e i giardini del ‪#‎quartiereroma‬: dalle 8:30 alle 10:30 olio di gomito e sorrisi! Che poi i cittadini attivi in questione rappresentino la comunità italo-marocchina, di questi tempi assume un significato ancora più alto.

Con buona pace di chi mi ha fatto iniziare la mattina con una telefonata di protesta rispetto alla presenza nel #quartiereroma di “squadre di extracomunitari” che puliscono vie e giardini.

Perché ‹assessore›, ‹anche se fanno volontariato con scope e palette, son sempre arabi. Non si sa mai›. Ecco, io amo il confronto ma, per temperamento e avendo purtroppo visto cosa può causare lo stress quando si è troppo signori per dargli sfogo, stavolta ho accantonato la diplomazia.

Per me questo livello di polemica supera la decenza. Siamo all’iperbole della strumentalizzazione allarmista, discriminatoria, xenofoba.

Ora invito chi ha tutto questo tempo per elaborare pensieri così alti a impiegarne un po’ per “farsi su le maniche” e venire a far volontariato con scope e paletta. Così, stando gomito a gomito, sarà più facile individuare eventuali pericoli per la comunità. E, a tempo perso, facciamo anche più bella la nostra città.

Dedichiamo un po’ di tempo e aiutiamo i volontari di ‪#‎portagalera‬ ‪#‎quartiereroma‬. Facciamo crescere il piccolo gruppo. L’unione fa la forza 🙂

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partecipazione
PORTA GALERA. 150 idee per il rilancio del Quartiere Roma
Un politico può promettere. Un amministratore deve dimostrare.- Stefano Cugini

porta galera al vaglio 150 ideeI processi inclusivi non possono essere lasciati allo stato brado. Questo lo sapevamo appena abbiamo pensato al progetto di Porta Galera 3.0

Quando si vuole sollecitare la spontaneità, è necessaria una cornice ben definita. Gran parte del lavoro preparatorio, consiste nell’approntare questa cornice, cercando di prevedere tutti i problemi che possono emergere. Il primo passo è quello di stabilire le regole del gioco e di sottoporle all’accettazione dei partecipanti.

  • numeri: i metodi inclusivi si basano sempre su riunioni di piccoli gruppi (dalle 5 alle 20 persone)
  • fasi: i processi sono in genere strutturati in fasi, la cui successione deve essere nota fin dall’inizio;
  • tempi: la durata delle varie fasi e dei singoli incontri deve essere predefinita accuratamente; non sono consigliabili riunioni che durano per ore, perdendo via via partecipanti;
  • spazi: l’organizzazione degli spazi deve essere molto curata, perché l’interazione tra i partecipanti può essere favorita dalla loro disposizione.

quartiere roma ecco le 150 idee dei cittadini

L’ascolto doveva essere particolarmente capillare ed estesoa, bisognava comunicare in modo efficace quello che volevamo (e vogliamo ancora) fare e andare a cercare sul territorio le persone interessate e disponibili al confronto.

I cittadini che hanno desiderato prendere parte al processo sono stati invitati a frequentare le sedi di informazione, scambio, discussione, sulla base di un piano strutturato, e a concordare un punto di vista comune.

Noi ci abbiamo provato. Mica sempre è riuscito tutto, ci mancherebbe. Ma lo sforzo, incluse le imprecisioni e gli inciampi è stato apprezzato. 150 è un grande numero!

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partecipazione
ASILI NIDO. A Piacenza sono e resteranno un servizio educativo
È inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.- Italo Calvino

freepik bambini clearLe polemiche strumentali di chi conosce (o dovrebbe) la realtà dei fatti e chiede cose fuori portata mi lasciano quel senso di disagio umidiccio e appiccicoso.

Altra cosa sono le preoccupazioni delle famiglie che si interrogano su temi di valore. Non ho e non avrò mai risposte buone per tutte le stagioni: posso solo portare il mio pezzettino di contributo al confronto.

La gestione degli asili nido in capo ai servizi sociali pare proprio un atto di lesa maestà e un attentato alla logica educativa che deve giustamente qualificare il servizio. Premesso che ho cominciato a lavorare in una situazione già definita, non ponendomi in tutta sincerità il tema di questa distinzione, penso per principio che, al di la delle categorie, sia la sostanza delle azioni messe in campo a qualificare un intervento in un senso o nell’altro.

Negli anni Settanta le battaglie sostenute e vinte hanno sicuramente avuto la loro ragion d’essere e per questo dobbiamo ringraziare i protagonisti di allora. Oggi però le condizioni sono diverse e certi elementi di rischio superati.

Tanto nel bene, quanto nel male, è la qualità del lavoro svolto a incidere sull’educazione dei bambini, non certo l’assessorato di riferimento. La stessa Regione Emilia Romagna, amministrazione punto di riferimento in Europa quando si parla di servizi per l’Infanzia, ha da anni in capo all’Assessorato al Welfare la responsabilità politico-amministrativa sul settore e gia questo potrebbe convincerci della bontà della scelta adottata dall’Amministrazione Dosi.

Ciò detto, mi preme rassicurare circa alcuni punti fermi: i nidi a Piacenza sono e resteranno un servizio a valenza prevalentemente educativa. Questa è la nostra storia e la nostra cultura che in nessun modo vogliamo svendere o modificare.

L’impianto normativo, le direttive regionali, le regole di funzionamento, gli standard di qualità, l’organizzazione dei servizi, le professionalità impiegate, i progetti in campo nei due anni passati (e nei prossimi a venire) non hanno subito alcuna modifica che possa indicare una strada diversa da quella che, coraggiosamente, la nostra città ha da tempo intrapreso in merito alla promozione e gestione dei servizi di nido.

La struttura operativa del Comune, il dirigente capo, i vari responsabili di area, i coordinatori pedagogici sono rimasti gli stessi. E lavorano esattamente come prima, anzi più di prima per fronteggiare con il massimo impegno le difficoltà del momento.

Nessun organismo di scala sovracomunale che ha competenze sulla materia (Provincia e Regione) ha registrato assenze o disimpegni del Comune di Piacenza. Anzi.

Che cosa è successo allora? Semplicemente si è voluto, come nell’Amministrazione regionale, creare la miglior condizione utile a garantire il futuro di questi servizi incardinandone la responsabilità politica esattamente là dove si programmano tutti i servizi alle persone e alle famiglie di questa città.

E’ una scelta di garanzia per gli stessi nidi e soprattutto per i bambini e i loro genitori. E i due anni che abbiamo alle spalle ne sono la prova più convincente.

Lungi da me l’idea di improvvisarmi pedagogista, mi sento comunque di sostenere questa scelta che non solo non ha arretrato di un millimetro la centralità educativa dei servizi, ma mira a garantirne e migliorarne – laddove possibile – il futuro.

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partecipazione
PORTA GALERA. Al quartiere Roma bisogna fare di più
Non é tempo per gli infallibili e per quelli che “la colpa é sempre di qualcun altro”. I miei supereroi sono gli onesti operai con le borse sotto agli occhi per la fatica quotidiana e il sorriso pronto di chi ha sogni da inseguire e condividere.- Stefano Cugini

skyline piacenza

Gli incidenti di via Pozzo aprono il nuovo anno nel peggiore dei modi, con l’ennesima ferita al cuore della Piacenza più popolare e ricca di tradizione.

Prodursi in letture superficiali è facile e i primi commenti strumentali non si sono fatti attendere.

Al di là dell’episodio specifico, in sè grave, mi ostino però a pensare che il male peggiore stia nel disagio percepito e subito, nella frustrazione di chi vive e respira via Roma e dintorni sentendosi abbandonato.

È dovere delle istituzioni e delle forze dell’ordine individuare e punire violenti, delinquenti e incivili di ogni risma ma non sbagliamoci e non cadiamo nell’errore di credere che militarizzare la zona sia la soluzione.

I cittadini, italiani e stranieri, meritano di abitare le vie in sicurezza: questo è un dato di fatto.

Chi si pone ai margini o fuori dalla legge e dalle regole di civile convivenza non deve essere tollerato. Repressione, dove serve. Ma non può e non deve essere questa la parola d’ordine.

Prevenire è d’obbligo, ma la chiave di volta sta nell’educazione (e ri-educazione).  C’è bisogno di gioco di squadra, voglia di mediare, includere e condividere. Per isolare davvero le “mele marce” – che tanto, in zona, tutti sanno chi sono e dove stanno – occorre creare un tessuto di persone disposte a collaborare: residenti, commercianti, amministrazione ed esperti.

Gli esempi da cui prendere spunto si possono trovare nelle esperienze di altre città ma anche e soprattutto nel vissuto e nell’impegno quotidiano di associazioni e cittadini del quartiere, che meglio di chiunque altro hanno il polso della situazione.

Si deve partire dal controllo delle locazioni, perché non è meno delinquente chi affitta in nero, permettendo che appartamenti di pochi metri quadrati, magari fatiscenti, siano sovraffollati senza ritegno.

Non possiamo prescindere dall’intensificarsi della lotta all’evasione fiscale, da un più marcato controllo delle condizioni igienico-sanitarie di case e negozi, da una verifica ancora più puntuale delle licenze, dal presidio del territorio, condizione essenziale al ripristino della normalità.

Chi di dovere ha l’imperativo di attivare una collaborazione fitta e trasversale perché via Roma sia finalmente resa a Piacenza. Ma il vero valore aggiunto sta nel recupero di un autentico spirito di appartenenza alla zona, al quartiere, alla via. Qui c’è un angolo di città da valorizzare nelle sue peculiarità consolidate.

Questo è il resto del lavoro che spetta principalmente a tutti gli altri attori coinvolti. Questo è il passo più serio, in cui la stragrande maggioranza delle persone per bene non deve essere lasciata sola.

Una sfida impegnativa ma che deve e può essere vinta. Vorrei poter fare di più.

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società
SANITÀ: valorizzare e salvaguardare il sistema 118 a Piacenza
Se un risultato arriva senza fatica, é più frutto di fortuna che merito. La fortuna va bene ma non educa. Il merito richiede sforzi ma ricambia in consapevolezza e soddisfazione.- Stefano Cugini

ambulanzaAl termine di una serie di incontri coordinati dal gruppo welfare, che hanno visto la partecipazione di più o meno tutti i c.d. stakeholders, come Partito Democratico di Piacenza abbiamo prodotto il documento che segue e che compendia la nostra posizione.

Mi sono occupato di scriverlo e penso che il risultato finale sia buono, utile per lo meno a rendere definitiva un’elaborazione partita circa un anno fa, con l’approvazione del mio emendamento alla mozione presentata dalla Lega Nord in Consiglio comunale.

Questo il testo, presentato mercoledì 17 in conferenza stampa:

Il Partito Democratico di Piacenza vuole contribuire con una presa di posizione ufficiale al dibattito in corso sul progetto regionale di ammodernamento del 118. Tema importante per la nostra comunità.

Premessa d’obbligo è l’auspicio che si parta da una condivisione della logica di Area Vasta che, coerentemente con le indicazioni programmatiche e con gli indirizzi regionali in materia, mira a favorire sinergie e comunione di risorse e a contribuire alla omogeneizzazione dell’offerta assistenziale sui migliori standard qualitativi, sia a livello di servizio che di supporto tecnologico.

Partendo da questo assunto, ci preme mettere a rendita il contributo fornito dal dibattito di questi mesi: individuare i temi su cui investire i nostri sforzi di concertazione con i vari livelli è infatti dirimente.

Siamo dell’opinione che concentrarsi solo sull’ubicazione logistica della Centrale di chiamata sia riduttivo e facilmente strumentalizzabile, nonché debole di fronte alla prevista dotazione di tecnologie informatiche all’avanguardia per il riconoscimento e la tracciabilità del numero chiamante.

Al contrario vogliamo investire su una presa di posizione a tutela della valorizzazione di peculiarità, professionalità ed eccellenze che il nostro territorio ha saputo sviluppare in questi anni, creando un modello di governance virtuoso e collaudato.

Parliamo di contratti, dislocazione dei mezzi di soccorso, composizione degli equipaggi, ruolo del volontariato, formazione del personale.

È proprio in considerazione della competenza dei nostri operatori in questi ambiti che vogliamo spenderci affinché Piacenza diventi il polo di coordinamento, l’interlocutore unico della CENTRALE OPERATIVA di area vasta.

È nostra ferma convinzione sollecitare tutti i portatori di interesse perché il modus operandi piacentino diventi standard di qualità e operatività anche in prospettiva di realtà accorpate.

Contestualmente a questa visione generale, chiederemo che il nuovo assetto offra una serie di garanzie molto precise, quali:

  1. il riutilizzo di tutte le risorse umane e finanziarie nel sistema di emergenza/urgenza territoriale;
  2. l’implementazione del trasporto d’emergenza nel territorio provinciale, laddove risultasse ancora carente;
  3. il governo dei trasporti tra ospedali, sia urgenti che ordinari;
  4. il mantenimento e la diffusione della procedura di “codice blu”, attraverso cui l’operatore 118 è in grado di allertare direttamente le Centrali di polizia Municipale, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco e Carabinieri per il pronto invio di una pattuglia dotata di defibrillatore.
  5. la tutela del ruolo fondamentale del volontariato in considerazione del fatto che, tra l’altro, le Pubbliche assistenze piacentine sono state le prime a concludere positivamente il complesso iter di accreditamento. A tal proposito si chiede anzi di uniformare il percorso con tutte le direttive e le modalità stabilite a livello regionale e di riformulare la valutazione delle poche realtà territoriali non ancora accreditate.

Il Partito Democratico di Piacenza assicura con questo approccio il proprio impegno e la disponibilità al confronto con enti, associazioni e cittadini coinvolti.

Vittorio Silva – Segretario Provinciale
Paolo Dosi – Sindaco di Piacenza
Paola De Micheli – Parlamentare
Marco Carini – Consigliere regionale
Paola Gazzolo – Assessore regionale
Giovanna Palladini – Assessore Comune di Piacenza
Marco Bergonzi – Capogruppo Consiglio Provinciale
Stefano Borotti– Responsabile welfare
Stefano Cugini – Consigliere comunale di Piacenza

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società
WELFARE. Ciclo di incontri per parlare di volontariato
Non é tempo per gli infallibili e per quelli che “la colpa é sempre di qualcun altro”. I miei supereroi sono gli onesti operai con le borse sotto agli occhi per la fatica quotidiana e il sorriso pronto di chi ha sogni da inseguire e condividere.- Stefano Cugini

Print Martedì 14 maggio nella sede dell’Unione Provinciale di viale Martiri della Resistenza 4 si è tenuto il quarto incontro del ciclo sul Welfare organizzato dal PD.

Nell’occasione si è parlato di volontariato, tema sul quale sono intervenuti, oltre al sottoscritto (in qualità di vice presidente Svep), anche:

  • Raffaella Fontanesi direttore di SVEP
  • Marco Marchetta, direttore AUSER
  • Itala Orlando dirigente ASP AZALEA.

Gli incontri, in totale 5, sono stati promossi dal Gruppo di lavoro sul welfare del PD e sono sempre stati aperti a tutti gli interessati. Credo che sia davvero questo il metodo per avvicinare le persone alla vita di partito: occuparsi di temi precisi e sentiti, promuovere il dialogo e aprirlo il più possibile all’intervento di tutti.

 

Ecco le slides della mia relazione:

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partecipazione
Carcere, solidarietà e festival
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società- Art. 4 Costituzione

La Festa Nazionale del Terzo Settore organizzata dal Partito Democratico prima, il Festival del Diritto poi. Settembre si preannuncia un mese di grandi appuntamenti a Piacenza, accomunati dal fil rouge tematico della solidarietà. [more…]

Intorno a questo concetto di fondo ruotano altre suggestioni, su welfare, partecipazione, sicurezza, cittadinanza attiva, conflitti, su cui saranno incentrati dibattiti e approfondimenti.

Lo spunto per questa riflessione è stato un articolo del 23 agosto, in cui don Affri, cappellano della casa circondariale di Piacenza, parla di due detenuti che hanno scelto di usare i loro giorni di permesso per stare accanto ai terremotati dell’Emilia. Poche righe intrise di speranza e aspettative nei confronti di queste persone; una breve storia di solidarietà appunto, ricevuta e rimessa subito in circolo.

L’occasione mi sembra opportuna – alla luce dei recenti dati sull’aumento dei reati diffusi dal Sole 24Ore – per affrontare il tema scomodo del carcere e contrapporre una chiave di lettura alternativa a chi punta come al solito sulla pratica scorciatoia dell’allarme sociale. A muovermi non è scienza infusa, ma il desiderio di proporre alcune osservazioni un po’ meno a fior d’acqua.

Coniugare la solidarietà all’idea del crimine e della reclusione non è così semplice. Questi ultimi sono facce della stessa medaglia ma, mentre dare giudizi sull’azione in sé è pratica comune – spesso esercitata a sproposito, del mondo dietro le sbarre, di cosa succede dopo, si fa più fatica a parlare.

Sembra di puntare il dito su una brutta cicatrice che sfregia la città: si preferisce chiamarlo in causa con parsimonia, giusto se l’occorrenza è vantaggiosa, quasi a non voler disturbare il nostro quieto (mica tanto, ultimamente) vivere borghese.

Qui non si parla di aiutare bimbi senza famiglia, ma di pensare a galeotti che scontano una pena: «bisognerebbe buttar via la chiave», «ci vorrebbero i lavori forzati», «i penitenziari sono alberghi a quattro stelle» e via discorrendo, in un campionario di frasi fatte che noi brava gente impariamo molto presto a rivolgere ai cattivi, mai troppo puniti.

Il punto sta però proprio nella capacità o meno di affrontare il problema in modo serio, senza preconcetti. Di certo è difficile, perché chi dovrebbe aiutarci a capire preferisce tenerci sulla corda e chi avrebbe facoltà di replica non si sogna di esercitarla. Difficile. Soprattutto perché abbiamo bisogno di chi sbaglia: il capro espiatorio è una figura insostituibile, per la nostra armonia cognitiva e per la nostra coscienza svogliata.

Solidarietà, sicurezza, criminalità, carceri. E numeri. Si, perché le cifre sono importanti ma vanno interpretate con un minimo di onestà. Bisogna sapere e voler distinguere tra quello che appare e quella che è la realtà effettiva.

Prendiamo gli stranieri: gli immigrati delinquono più o meno di noi? Affidandosi al sentire comune la risposta vien da sé e per molti i numeri sono lì a certificalo.

Intanto, questione di non poco conto, il calcolo sulla minore o maggiore criminalità andrebbe fatto computando davvero tutti gli stranieri presenti in Italia, mentre le cifre ufficiali riguardano solo quelli effettivamente regolari (circa un quinto rispetto al totale); già questa accortezza vedrebbe crollare le percentuali del coinvolgimento degli immigrati rispetto ai delinquenti nostrani.

Non facciamoci poi trarre in inganno dal numero di stranieri nelle nostre carceri. A differenza degli italiani, non hanno di fatto possibilità di sottrarsi alla custodia cautelare: l’assenza di una rete sociale d’appoggio (manca una residenza e una famiglia che faccia da garante), rende quasi impraticabile la strada del rilascio in attesa del procedimento giudiziario. Stesso discorso vale per le misure alternative, di più difficile accesso per un immigrato che non per un italiano. Da questi presupposti è naturale che la popolazione carceraria sia così connotata.

Non bastasse – ma in pochi lo dicono – non vi è quasi traccia di rilevazioni che tengano in debita considerazione un elemento chiave quale il c.d. “numero oscuro”, ovvero quella fetta di reati (si pensi ai falsi in bilancio, alle evasioni fiscali, alla bancarotta fraudolenta, ai reati ambientali, alle frodi informatiche) nei quali statisticamente si annidano più italiani, quei parassiti in colletto bianco che in altri Stati chiamano criminali e trattano di conseguenza, mentre da noi continuano a recitare la parte dei furbi.

Quando snoccioliamo dati, purtroppo, abbiamo una generale tendenza a mettere sotto potenti riflettori “gli altri” e a nascondere più volentieri “i nostri”. De facto, lo straniero, reo di una delinquenza più di strada e molto meglio individuabile, finisce col diventare il candidato ideale su cui vengono stilati quei report e quelle statistiche che influenzano l’opinione pubblica.

Ma torniamo alla questione carceraria. Il superamento della concezione retributiva (in cui a una data violazione risponde una sanzione definita e uguale per tutti, a prescindere dalla personalità del soggetto) rappresenta la radicale innovazione in tema di politica criminale che ereditiamo dal ventesimo secolo.

L’evoluzione giurisprudenziale verso il principio del trattamento rieducativo e risocializzativo ha portato ad accantonare il sistema tariffario, in favore di una nuova idea di pena utile, capace non tanto di punire quanto piuttosto di eliminare i fattori che hanno portato alla delinquenza. È l’affermarsi del welfare state, con lo Stato garante e promotore del benessere sociale di tutti i cittadini.

Scelte politiche, si badi bene. La precisa volontà di costruire un percorso sanzionatorio meno gravoso per la società (anche e soprattutto in termini economici)  e con una minore esposizione al rischio di restituire un soggetto con poche prospettive di reinserimento e fortemente indiziato alla recidiva. Si è scelto di non decontestualizzare i detenuti dal mondo esterno, dimenticandoli in cella a riflettere sul male compiuto, ma di favorire atteggiamenti e stili di vita conformi alle norme sociali condivise.

Da queste impostazioni, pur oscillanti nei decenni tra letture più permissive e altre più restrittive, emerge l’incompatibilità tra il concetto di risocializzazione e l’assunto per cui serva “buttar via le chiavi”, nonché l’evidenza di un percorso di recupero vincolato al contributo collettivo.

Ed eccoci di nuovo alla solidarietà, intesa nella sua accezione migliore, come sforzo attivo verso chi ha bisogno di aiuto; anche senza volerlo torna, con prepotente evidenza, l’aspetto culturale. Una sensibilità profonda come quella di Alessandro Bergonzoni ha usato in proposito queste parole:

stabiliamo un rapporto tra asili e carceri, tra ospedali e scuole elementari per “andare a vedere” fin dall’età più giovane, per “usare le mani dell’anima”, per entrare con le stesse chiavi che dovrebbero buttare per darci la sicurezza, a far parte di cosa ci spetta (e ci aspetta), sia come futuri carcerati sia come future vittime

Una comunità è fatta di cinema, teatri, ospedali, sagre, campi sportivi, scuole, uffici,… carcere. È come giocare con i Lego: dobbiamo prendere quel mattoncino e spostarlo più vicino a tutti gli altri, ridurre le distanze fisiche, mentali e ideologiche.

Volenti o nolenti, non esistono altri a cui rimettere la competenza su questo tema. Farlo significa nascondersi, escludere una parte che è nostra a pieno titolo, rinviare ai nostri figli la ricerca di una soluzione più dignitosa e soprattutto più utile alla società globalmente intesa.

Scontare una pena è dolore, rabbia, devastazione psicologica e sociale, ma ha il dovere di essere anche e soprattutto speranza, per chi entra e per chi aspetta fuori, perché in carcere non ci finiscono solo i Riina, i Brusca e i Provenzano e per un delinquente irrecuperabile ci sono cento scelte sbagliate da non rifare, attimi girati male che non possono precludere un’altra opportunità.

Dentro a tutto ciò stanno temi come lo sviluppo delle misure alternative alla detenzione, la gestione del conflitto tra gli autori dei reati e le vittime (in senso lato, tra le rispettive famiglie o addirittura le comunità di appartenenza), l’ambizione volta a una pena veramente ecologica, così come l’amica Carla Chiappini ha definito

«quella che non lascia residui tossici nei condannati e nella società. O almeno ci prova»

In definitiva, benché coscienti che anche questo sistema è tutt’altro che perfetto, la constatazione del fallimento delle strategie repressive e una decisa presa di distanza da chi auspicherebbe, ancora e nonostante tutto, il ricorso a questo tipo di misure.

Serve uno sforzo verso la conoscenza, non l’impegno a costruire nuovi muri, nuove celle. È importante più che mai bandire il pregiudizio, coltivare il dubbio, aver voglia di approfondire.

Accedere a queste realtà con informazioni sempre e solo di seconda mano ci porta a dimenticare che dietro alle parole degli altri e alle immagini ci sono comunque le persone, anche quelle che decidono di rinunciare a un permesso per stare accanto ai terremotati.

La scelta, quando il nostro ego si trova di fronte a un alter in difficoltà, resta circoscritta tra l’abbandono e la solidarietà, con le relative conseguenze: non è necessario compierla per bontà d’animo, basta farlo per intelligenza.

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