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Non siamo in guerra

🏡 Non è vero che è una guerra. Per questo motivo è infame non rispettare quel minimo di resistenza che ci viene chiesto:

RESTARE A CASA.

💣 La guerra, quella vera, ti mette di fronte un nemico in carne e ossa, che respira come te, ha i tuoi istinti, le tue paure. E ti odia. Ti viene a cercare a casa, punta proprio te. Ti scova, sevizia, devasta, ti tira bombe in testa, ti brucia e soffoca coi gas, senza pietà. Non c’è un posto dove sei veramente sicuro da questo nemico.

🔬La situazione oggi è diversa: il nemico è subdolo e micidiale, ma ti può uccidere se ti incontra, non ti ha preso di mira volutamente. Un posto sicuro dove aspettare che questo nemico sia sconfitto esiste, eccome.

Si chiama CASA. 

⚰️ Allora, per rispetto verso la paura autentica di chi ha subito e subisce tutt’oggi la guerra vera, per rispetto di chi sta combattendo in prima linea per debellare questa minaccia, per rispetto delle vittime innocenti, che insieme alla vita hanno perso pure la possibilità di ricevere un ultimo saluto, per rispetto dei famigliari ai quali è stato tolto, nel dolore, il momento dell’addio…

stiamo a CASA.

🌈 Pensiamo a quale futuro costruire passata la buriana. Non imparare sarebbe criminale.

💪🏻 Non siamo eroici partigiani, ma possiamo dimostrarci esseri umani responsabili.

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“Vecchia” eccellenza

Bisogna spremere ogni goccia di positività da questo momento infame. Per esempio, si potrebbe pensare che l’emergenza CORONAVIRUS ci offre nuovi spunti su come riconvertire il vecchio ospedale di Piacenza, una volta pronta la nuova struttura.

La pensata originale non è mia, ma del Prof. Francesco Timpano. Tutto nasce da una chiacchierata tra amici in chat.

Secondo l’ex vicesindaco, immaginare il vecchio ospedale, in ottica futura e facendo esperienza di quel che succede oggi, come a un’area di backup in casi di emergenza sanitaria, potrebbe essere una soluzione importante.

Se consideriamo la posizione strategica di Piacenza, sarebbe facile diventare un polo di riferimento per tutto il Nord Italia, con le possibilità, anche di indotto, che ne potrebbero derivare.

Estendendo il ragionamento, perché non ipotizzare un grande centro di ricerca e formazione nazionale, magari europeo: laboratori all’avanguardia, dove task force pubbliche e private studiano e lavorano insieme per i medici, i farmaci, i vaccini e le cure del futuro.

Ci sarebbe per esempio il campo delle terapie cellulari (CAR-T) – farmaci di riferimento del futuro in ambito onco-ematologico, dove pure l’Azienda USL di Piacenza merita di essere autorizzata quale centro accreditato JACIE all’utilizzo delle nuove terapie salvavita.

Nel campo dei trapianti, Piacenza è oggi punto di riferimento della rete per i CTMO (Centri Trapianto di Midollo Osseo) dell’Emilia Nord. Il nostro laboratorio di diagnostica mutazionale collabora con l’U.O. Ematologia di Parma.

Consolidare in un futuro prossimo il lavoro del team di Immunogenetica e Manipolazione CSE di Piacenza – a supporto dell’attività trapiantologica del midollo osseo (staminali emopoietiche), sarebbe un vantaggio (e un vanto) per tutti.

Un’altra strada che si potrebbe battere, cosa più semplice con gli spazi adeguati a disposizione, sarebbe quella di pianificare un maggiore coinvolgimento della nostra sanità nella formazione di base e specialistica in campo medico e delle professioni sanitarie, stringendo i rapporti con l’Università di Parma.

Sono solo alcune suggestioni, ma il dato certo è che seguendo questa direzione potremmo fare del vecchio ospedale un vasto incubatore di cervelli ed esperienze al servizio della sanità.

Questa si che sarebbe eccellenza.

Pensieri positivi in epoca di CORONAVIRUS.

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Tagliare le rette. Liberare risorse.

Una comunità politica non può esimersi, anche in questa situazione di forzato e doveroso isolamento, dalla lettura dei bisogni del proprio territorio e dall’interpretazione di possibili soluzioni.

In questo momento difficile e unico, la priorità è che ognuno di noi non si faccia prendere dal panico. Concentriamoci sul senso di responsabilità e sul rispetto rigoroso di tutte le precauzioni, tese non solo al contenimento del CORONAVIRUS, ma a evitare il collasso delle strutture sanitarie, dando loro il tempo per curarci e trovare soluzioni definitive.

Ciò premesso, siamo stati eletti per occuparci della cosa pubblica e abbiamo il dovere di continuare – anche a distanza – l’attività politica, dimostrando in concreto vicinanza a chi è in difficoltà, non solo sanitaria ma anche organizzativa ed economica.

In tal senso il gruppo consigliare del Partito Democratico di Piacenza lancia un appello alla giunta, con il pensiero rivolto al sostegno delle famiglie piacentine con bambini a casa per la chiusura degli asili e delle scuole di ogni ordine e grado.

Non è infatti pensabile, in queste settimane, che i genitori debbano continuare a pagare servizi di cui non godono i benefici.

Si studi dunque, senza altri indugi, un provvedimento ad hoc per sollevare mamme e papà dal costo integrale delle rette, scontando i giorni di chiusura dei servizi educativi, almeno per quanto riguarda la quota di compartecipazione.

La stessa attenzione va però rivolta ai gestori dei servizi ora sospesi, realtà in gran parte della cooperazione sociale, al fianco dell’Ente pubblico nel sostegno alle fasce più fragili ed esposte della popolazione. I costi restano anche se al momento è stata tolta la possibilità di lavorare. Gli stipendi vanno onorati.

Dato che il Comune i soldi in cassa già li ha, stanziati per tempo, proprio per pagare i fornitori dei servizi socio assistenziali ed educativi e dato che a oggi non ha le corrispondenti uscite (niente servizio, niente pagamento), non è pensabile che queste somme non siano rimesse in circolo per aiutare questo settore tanto in difficoltà.

Creare un nuovo capitolo di bilancio, prevedendolo con una variazione ad hoc, è una possibilità a portata di mano. Si costituisca perciò un fondo di solidarietà e sostegno per ridistribuire sul territorio risorse economiche che servono come manna dal cielo. 

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Fiducia q.b.

Per un momento mettiamo il caso che prima i piacentini fosse realtà: zona rossa coronavirus in primo piano solo per il contenimento sanitario, mentre per il sostegno economico alle categorie in ginocchio, Piacenza sopra tutto e tutti.

Priorità al nostro orticello. Potremmo dirci soddisfatti? Soprattutto, sarebbe LA soluzione del problema?

Prima di rispondere, contare fino a 10.

In piena emergenza epidemia, cominciano a uscire i decreti del Governo per disporre gli aiuti al sistema produttivo. Licenziato il primo (e annunciato il secondo), la macchina delle polemiche si è messa subito in moto.

Non siamo tutelati, manca questo, manca quello, arriverà, vergogna, dimissioni, sciacalli. E via di questo passo.

A rischio di sembrare blasfemo (e non è davvero mia intenzione), mi domando come si faccia, per chi ha il dono della fede, ad accettare che persino guerre, carestie, violenze, malattie, ingiustizie, tragedie facciano parte di un disegno più grande e allo stesso tempo, messo il piede fuori da un luogo sacro, non riuscire a investire un briciolo di fiducia in esseri umani che stanno gestendo una crisi nel nostro interesse.

Fede e fiducia hanno la stessa radice.

Peccherò di ingenuità ma non credo esista una persona oggi, a qualunque titolo impegnata a prendere decisioni e di qualunque appartenenza politica, che non senta su di sé, autentica, la responsabilità di tutelare la propria comunità al meglio delle condizioni date.

Ho fiducia. Voglio avere fiducia. L’unica via, per mettere ognuno il suo piccolo mattoncino nei gesti quotidiani (così da essere di aiuto e non di intralcio) è quella di fidarsi un po’ di più del prossimo.

Rispettare i ruoli, le conoscenze e le competenze.

Accettare come normale che altri abbiano un quadro di informazioni, che a noi manca, con cui ora dopo ora scegliere il da farsi, sarebbe segno di maturità. L’ansia da tuttologi fa solo male.

Per quanto sia dura da digerire, prima i piacentini non funziona: lo sguardo o è d’insieme o non è: ho già scritto che se fossimo esclusi dalle misure di sostegno in fase di studio per la zona rossa, gli effetti sarebbero drammatici.

Non mi sembra però che ci sia un livello istituzionale che uno, dal Comune, passando per la Regione, fino al Governo, che non abbia presente la nostra situazione specifica, pur nella necessità di collocarla in un quadro generale più complesso.

Il punto 3 del DPCM appena uscito cita in modo chiaro Piacenza, segno che non siamo fuori dai radar.

Il compito della politica locale, dei sindacati, delle associazioni di categoria è di vigilare che le promesse siano mantenute ed essere – tutti insieme – massa critica perché non si spenga l’eco delle nostre priorità.

Prima però di lanciare allarmi e puntare il dito…un minimo di fiducia nell’altrui impegno non guasterebbe.

Nei momenti difficili come quello che stiamo vivendo, trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi potrebbe essere una buona regola di civiltà.

Vorremo sempre la fiducia del prossimo. Ma siamo così restii a concederla, seppur a tempo e condizionata alla prova dei fatti.

Che bello sarebbe uno sforzo comune per uscire da questo periodo, oltre che sani, anche migliori.

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Zona rossa e zona nera

La salute prima di tutto.

Principio sacrosanto che vale sempre, figuriamoci in piena emergenza CORONAVIRUS.

La buona amministrazione però ha il dovere di tenere insieme tutti gli aspetti di un problema, tra cui le ricadute sui posti di lavoro e sulla sostenibilità dei costi di chi eroga servizi.

I danni economici che si profilano all’orizzonte saranno maggiori di quelli biologici, su questo c’è poco da dubitare.

Se Codogno e circondario sono stati blindati come “ZONA ROSSA” dal punto di vista sanitario, ha ragioni da vendere chi dice che Piacenza è a tutti gli effetti “ZONA NERA” sotto il profilo lavorativo.

A Roma continuano a parlare di Lombardia ma sarà bene che realizzino – in fretta – che è il piacentino il bacino più coinvolto.

Fossimo esclusi dalle misure di sostegno in fase di studio per la zona rossa, gli effetti sarebbero drammatici.

Solo il mondo della cooperazione sociale, in questo momento, ha a casa quasi 600 persone: educatori, assistenti sociali, insegnanti, operatori socio-sanitari, pedagogisti, psicologi, personale ausiliario.

Donne, uomini, giovani e meno giovani che vivono del loro lavoro (quasi sempre a supporto di persone bisognose e fragili), che pagano il mutuo, le bollette, la spesa con cui mangiano.

Non è pensabile sfruttare fino all’osso le ferie, i permessi e i recuperi ore. Le aziende e le cooperative hanno giustamente chiuso dei servizi, a tutela degli operatori e dell’utenza.

Il risvolto della medaglia sta però nel fatturato perso e nei costi di gestione che, in gran parte, non cambiano.

Se le grandi realtà possono reggere un po’ di tempo in più, per le medie e piccole, ottenere l’aiuto del Governo fa la differenza tra continuare a vivere e chiudere.

A Piacenza sono in ballo centinaia di posti di lavoro.

La politica non si giri dall’altra parte.

Si attivi la CASSA INTEGRAZIONE.

Al più presto.