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(Di)Partito Democratico

Il dovere di ripartire

"Rotta da cambiare e facce da mandare dietro alle quinte. Le tattiche emerse dalle ultime due assemblee nazionali sono uno schiaffo alla militanza autentica. Ultima chiamata”

| Tanti nomi e pochi contenuti

Man mano avanzano i candidati a Segretario nazionale. Nomi, ognuno più o meno vicino o identificativo di qualche area. Contenuti? Si spera arrivino. Ancora una volta però per me si parte dall'alto e non dal basso come si dovrebbe.

A luglio avevo riversato in un post tutta la delusione per come è gestito il Partito Democratico, ipotizzando un metodo per ribaltare la prospettiva e rimettere le scelte davvero in mano alla base. Non per niente parlavo di utopia: chiaramente, niente di quanto sperato è per ora lontanamente all’orizzonte.

Oggi non siamo un partito serio, per quanto le persone serie e appassionate non manchino: avere il coraggio di dirlo è il primo passo.

Sull’ambiente dove vogliamo andare? Cosa pensiamo di clima, fonti rinnovabili, energie alternative? I centri delle nostre città li pedonalizziamo o no? E le periferie le riqualifichiamo? Con quali risorse? La difesa dei diritti e delle libertà fondamentali è una priorità che supera le divisioni (es. ius soli)? E dei doveri, ne parliamo o é tabù? Che welfare abbiamo in testa? Generatività o assistenzialismo? Quali criteri di accesso ai servizi? Quale modello di sanità proponiamo per coniugare universalismo e sostenibilità? Il “pubblico” che ruolo deve avere e in quale misura? Progressivo disimpegno o gestione e coordinamento del sistema? Finanza o produzione? Lavoro, disoccupazione, precariato, sicurezza nelle fabbriche, strategie per il rilancio delle PMI. La burocrazia per noi é un giogo o garanzia di equità? Come contrastiamo la delocalizzazione? Quale approccio al mercato e alla concorrenza di paesi in cui la manodopera è sottopagata? Liberismo, protezionismo o intelligente regolamentazione? Davvero la scuola é così “buona”? E il sistema universitario? Siamo disposti ad affrontare le varie distorsioni o è lesa maestà? Su bullismo, dipendenze, inciviltà diffusa, … repressione o educazione civica? Furbi, approfittatori, amici degli amici: lavoriamo per isolarli (a prescindere dal grado di vicinanza, vera o presunta) o continuiamo a far sentire gli onesti una minoranza di “sfigati”? Quale rapporto con sindacati e rappresentanze varie? Disintermediazione o dialogo? E con gli elettori? C’è altro che non sia democrazia diretta o delega in bianco?

Giustizialisti o garantisti? La certezza della pena si può affrontare o fa troppo destra? Più o meno carceri? Recidive, riparazione, confronto tra rei, vittime e società, creazione di consapevolezza… Fisco: lo teniamo il punto fermo sulla progressività e pensiamo a una vera lotta contro l’evasione, senza condoni, espliciti o mascherati? Rivediamo il centralismo che sta asfissiando gli enti locali, specie quelli virtuosi, penalizzati da perequazioni dissennate? Inclusione o sfruttamento? Lotta tra poveri o nuova società? Immigrati o nuovi cittadini? Siamo disposti ad accettare che non tutti sono disgraziati da accogliere a braccia aperte?

E ancora, Partito liquido o territorialità strutturata?
Post-ideologia o radicamento valoriale? Populisti o popolari? Riformisti seri, turbo capitalisti o vetero qualcosa? Europeisti pro attivi o servi genuflessi?  Leaderismo o collegialità?  Consultazione periodica o chiamata alle armi alla bisogna? Primarie per gli iscritti o aperte a chiunque? Segretario e candidato premier sono figure sovrapponibili?

Merito o clientela? E il ricambio della classe dirigente? Si accetta che in politica passare il testimone non é contro natura, che si vive anche d’altro e che la contendibilità di ruoli e cariche deve essere autentica o si recide il filo della fiducia con i cittadini, quelli che devono mettere insieme il pranzo con la cena, i “repressi e socialmente frustrati” (PGB) Contingenza o prospettiva? Campagna elettorale permanente o artigiani dell’impegno civile?

E si potrebbe continuare. A lungo…

Urgono risposte credibili e azioni coerenti: è forse il tempo di una nuova QUESTIONE MORALE che, per recuperare l’idea originale di Enrico Berlinguer, non guardi solo ai tanti casi di disonestà e illegalità commessi nei partiti, nel mondo delle imprese e nella classe dirigente considerata nel suo complesso, ma contrasti «l’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti», secondo il principio che la società esprime interessi del presente, le istituzioni – depositarie dell’interesse generale dello Stato – debbono avere invece una visione più lunga che guarda anche al futuro dei figli e dei nipoti, condividendo che, senza l’autonomia delle istituzioni, la mediazione costante tra presente e futuro viene a mancare, la democrazia si deforma e il populismo invade lo Stato.

Non bei discorsi impacchettati ai convegni, nei mordi e fuggi tra i circoli quando serve qualche comparsata per titar su un po’ di voti, o nei salotti radio-televisivi.

Oggi, leader, leaderini, aspiranti leader, non ci meritano! Non meritano l’impegno, la passione, la pazienza di noi militanti semplici, noi che attacchiamo i manifesti a tarda sera, teniamo aperte le sedi, ci giochiamo la faccia nei consigli comunali di paesi e piccole città. Parolai ormai impantanati nelle trattative al ribasso, cultori dell’attesa che serve all’auto-conservazione dei vostri posti ben pagati da politici di professione. Sentiamo parlare e continuiamo a vedere in TV chi ha svuotato di significato l’idea stessa di spirito di servizio, immolata sull’altare della gestione interessata del potere. Si è persa la sfida della sintesi, facendo degenerare litigiosità e incomprensioni. Stiamo soffocando, stanno togliendo l’ossigeno al bisogno che il Partito ha di ripensare in fretta il suo essere profondo.

Non ci interessa quale capo mostrerà i muscoli la prossima volta. Non è questione di nomi ma di identità e utilità sociale diffusa. Mancano visioni e interpreti capaci di dare esempi positivi.

Ai vertici non può che ambire una classe dirigente altra e mossa da rinnovata credibilità, quella che ormai aridi burocrati, che lo vogliano accettare o no, non hanno più e la cui assenza dovrebbe convincerli a rientrare nei ranghi, a tornare alla militanza autentica, al servizio di chi sarà chiamato per provare a ricostruire una comunità e una cultura dello stare insieme che hanno contributo a distruggere.

Ripartiamo. O non ripartiremo più.

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Utopia democratica

Sveglia!

"La coerenza è virtù importante, che alla lunga paga. Soprattutto, chi ti segue la percepisce. Inutile ostentare certezze che le tue parole smentiscono puntualmente. L'unico a cascarci, forse, sei tu.”

| Ribaltare la prospettiva

C'è tutto il tempo per dimostrare di aver capito la lezione. C'è il tempo per tornare ai contenuti, al dialogo, ai valori che non si svendono. Bisogna volerlo però...

Dopo le (auto)critiche, per chi è stato capace di farle, arriva il momento delle proposte.

Ma dal gruppo dirigente del Partito Democratico, capace di rimandare di mesi il congresso, perché tanto c’è tempo e gli elettori ci aspettano, per ora nulla. Vorrai mica per caso competere per davvero, senza sapere prima chi vincerà?

A noi poveri ultimi, legati a dei valori e sospesi tra l’incertezza che “il contenitore” sappia ancora rappresentarli e il cauto ottimismo nel vedere, dal basso, che in molti ancora credono davvero a una politica “altra”, resta il diritto alla provocazione.

Allora mi piacerebbe dire alla masnada di illuminati strateghi, con il mastice tra le terga e le poltrone romane, di farsi da parte (che tanto sembrano pugili suonati) e aprire a una nuova sfida di metodo che ribalta le posizioni:

  • dimissioni in blocco della direzione, da sostituirsi con una commissione congressuale formata da giovani under 40 indicati dai circoli dei territori, cui si aggiungano alcuni padri fondatori, tra i più rappresentativi e tra chi nel tempo ha dimostrato senso della misura e desiderio di includere (Veltroni, Prodi, tanto per citarne un paio).
  • avvio nei circoli di un percorso di contatto e confronto con la cittadinanza tutta dei rispettivi territori (elettori, simpatizzanti, critici, civismo spontaneo e organizzato, mondo sindacale, terzo settore, …) per avere idee e “polso” su cosa dovrebbe essere, nella logica di una vera rinascita, il Partito Democratico. Bagno di realtà? Si potrebbe vedere così!
  • Sulla base degli spunti dei territori e dei lavori della commissione, avvio del percorso di creazione delle mozioni congressuali, in senso fondativo e per questo senza leadership precostituite ma focalizzate sui contenuti di visione, contingente e prospettica, per rendere chiaro cosa vorrà essere il prossimo PD, come svilupperà la propria democrazia interna, quanto si farà contenibile, quale credibilità saprà darsi in termini di ascolto e coinvolgimento diffusi, quali battaglie vorrà combattere, chi vorrà rappresentare, di quali temi si farà portatore, come intende la questione europea, ambientale, il tema del lavoro, dei diritti, …
  • Elaborazione “dal basso” delle mozioni, partendo da bozze territoriali che via via si confrontano e si portano a sintesi nei livelli intermedi, fino ad arrivare a un congruo numero di proposte a livello nazionale. Basta mozioni calate dall’alto col nome del leader e fatte digerire nei circoli. Perdendo ovunque, ci siamo dati il tempo per riprovare percorsi di dialogo e confronto seri. Approfittiamone.
  • organizzazione di una tornata iniziale di primarie sui contenuti delle mozioni – SENZA indicazioni della leadership.
  • seconda tornata di primarie, con un congruo lasso di tempo per permettere a livello locale il dibattito, gli approfondimenti e le proposte sulla mozione scelta alle primarie, per dare un segretario e una classe dirigente, con un percorso di selezione dal basso verso l’alto, dai livelli locali, provinciali, regionali, per arrivare alla candidatura nazionale.
    Sistema per nulla snello, ma almeno credibile, che è poi il tratto che più ci manca oggi.

Serve una scossa e io amo la complessità, quando la posta è importante. Provocazione? Sciocchezze irrealizzabili? Dopo quello a cui ci hanno abituato negli ultimi periodi, in quanto a dignità, niente può dirsi sconfitto in partenza…

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Lucciole per lanterne

cause ed effetti

"La politica non si salva con le frasi a effetto, ma con il cuore e la passione di chi sente il privilegio, nei diversi ruoli, di rappresentare una comunità intera. Con la disponibilità di chi coglie il dovere di creare condizioni e occasioni per gli adulti del futuro. Con serietà, piedi per terra e coscienza di cosa vuol dire essere "cittadino". Chi ama la politica cerca le persone, non le categorie. Chi ama la politica, prova a unire.”

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% CSX al 4 marzo 2018

| Sinistra disorientata

Quando avremmo dovuto, non siamo stati capaci di creare consapevolezza, di abbinare dignità, equità sociale, progetti e regole; di impedire, i proseliti agli sciacalli della paura.

Il caso Aquarius è solo l’ultimo. Per ora.

Non ce l’ho con Matteo Salvini, da cui tutto mi separa, vedi il cinismo e la spregiudicatezza, mascherati da buonsenso e amor patrio, con cui si è preso il Paese, parlando alle pance di un elettorato orfano di valori ed esempi credibili. Fossi anzi un elettore di Matteo Salvini (ipotesi probabile quanto quella che mi sia assegnato il Nobel per la fisica) oggi sarei ampiamente soddisfatto di uno che alle promesse, sul tema di specie, sta facendo seguire i fatti. Non entro nel merito di una linea che per me è aberrante, ma non fingo di non vedere il dato di realtà.

A sinistra, imperterriti, confondiamo causa ed effetto. Questo Matteo Salvini, è il secondo: è un effetto. La causa, se parliamo di politiche migratorie, è un’Europa egoista, che scarica responsabilità sui partner più deboli o dal cuore più grande, proprio su un tema che poteva/potrebbe essere il più bel banco di prova per dimostrarsi qualcosa di più di un’accozzaglia di tecnocrati tenuti insieme dall’alta finanza.

Anni di “palla avvelenata” facendosi scudo dietro una normativa demenziale, che aggiunge alla disgrazia di esseri umani disperati la condizione di prigionieri dello Stato di primo approdo. Bruxelles, che da tempo approfitta dello spirito di solidarietà degli italiani, quasi inarrivabile, sta dando prova di una condotta senza prospettiva, forte coi deboli e debole coi forti e i prepotenti, quelli che se ne fregano, si smarcano o s’inventano regole di comodo.

Dobbiamo avere il coraggio di dirlo, a quest’Europa, da difendere con le unghie e con i denti da nazionalisti e sovranisti vari, che si sta comportando da matrigna irresponsabile.

Effetto. Salvini è un effetto, che parte da lontano, da leggi nazionali mal fatte (Bossi-FIni) ma trova forza nel “nostro” esserci limitati a raffazzonare risposte contingenti, accogliendo senza però chiedersi e pianificare il “durante” e il “dopo”, salvo poi – da brutta copia dell’originale – frenare gli ingressi, andando a trattare con bande d’oltre mare, tronfi di un risultato per cui abbiamo finto di non sapere che, purché questa gente non sbarcasse più sulle nostre coste, il saldo avrebbe previsto umanità affamata, brutalizzata, uccisa “a casa sua”, ancor prima di salirci, sulle carrette del Mediterraneo. Lamentarsi ora, o additare il popolo bue, è follia.

Quando avremmo dovuto, non siamo stati capaci di creare consapevolezza, di abbinare dignità, equità sociale, progetti e regole; di impedire, con politiche sensate, di fare proseliti agli sciacalli della paura, della guerra tra poveri.

Ci siamo bastati nella nostra idea di aver ragione. Arroganti, come la Francia, il cui coraggio di farci la morale mi ripugna. Come la signora Merkel, alla cui ammissione tardiva di averci lasciati soli, vorrei poter rispondere guardandola negli occhi. Basta con le prediche ipocrite, perché – davvero – la misura è colma.

Ogni manifestazione, qualunque simposio di persone che mira a rivendicare diritti, che guarda ai ponti e non ai muri, ha la mia solidarietà e il mio pieno appoggio. Ma stiamo attenti a che sventolare bandiere contro il Matteo Salvini di turno non finisca per essere uno dei tanti modi per lavarsi le coscienze a poco prezzo. Quando arriverà il momento di mirare in alto? Quando la protesta civile si sposterà a Strasburgo, a Bruxelles, alle Nazioni Unite?

Il pianeta è pieno di guerre, morti, fame e povertà, di trafficanti d’armi cui le industrie (pure le nostre) forniscono materie prime in abbondanza. Viviamo un mondo di disuguaglianze aberranti, di diritti violati, di egoismo diffuso.

Leviamoci le fette di salame dagli occhi. Se la smettessimo per un attimo di schiumare rabbia contro un Matteo Salvini qualsiasi, vedremmo che siamo perdenti perché ci manca una visione di società, di mondo, di umanità, una proposta strutturata e di prospettiva, che legga e risolva le cause di questi disvalori, senza accontentarsi di puntare il dito contro effetti sempre diversi eppure così uguali tra loro.

Meteore che alimentano e frustrano speranze o seminano odio per tornaconto personale, costruendo carriere politiche che durano una vita.

I motivi per ripartire sono più alti e più nobili. Ma bisogna capirlo, convincersene e aver voglia di rischiare.

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Si può unire il riformismo piacentino?

Con sincerità credo che al cittadino del dibattito interno sul post-voto che si apre adesso nel PD interessi poco o niente. Roba per addetti ai lavori.

Gli avversari gongolano; tra i nostri, chi ci è (o ci era) vicino, scuote la testa. Già me lo vedo a battersi la fronte sconsolato col palmo della mano. Parole, parole, parole. Utili, per carità. Necessarie, in un momento come questo. Ma che rischiano di essere l’ennesima sbrodolata di commenti, al solito variabili tra un mix di buone intenzioni (già mille altre volte andate deluse) e qualche chilo di sassolini che escono da scarpe troppo strette da troppo tempo.

E poi? Penso che sia questo “e poi” il vero punto.

La mia convinzione è che la sinistra abbia da tempo preso la china della sconfitta perché ha smarrito credibilità, in una deriva sempre più autoreferenziale, dove dietro all’ormai trito concetto dello “spirito di servizio” si fanno scudo generazioni di dirigenti troppo presi a perpetuare le loro rendite di posizione che ad ascoltare sul serio la strada e le sue quotidiane priorità.

Manca il collante autentico, percepito, tra le parole e i fatti. Rari sono gli esempi che trascinano.

Il PD, nonostante tanti risultati ben tradotti in titoli e slogan, esce con le ossa rotte nell’ormai cristallizzata veste del gestore del potere fine a se stesso, più amico delle alte sfere e dei salotti che di quella base del bisogno, della fragilità, dei diritti, del lavoro precario che una volta lo considerava il riferimento naturale. Per molti militanti, appassionati e per una marea di piccoli amministratori di provincia non è di certo così. Ad altri livelli, anche senza generalizzare, purtroppo questa fotografia è  reale.

Il resto della sinistra, che se “Atene piange, Sparta non ride”, se ne sta lì con numeri prossimi al sotto-soglia, chiaramente incapace di far prevalere in un elettorato stanco e frustrato la dimensione della proposta credibile a quella di un universo pluri-frammentato e litigioso, parimenti in mano a consumati e strapagati professionisti della politica, destinato all’irrilevanza sostanziale.

Che fare dunque? Nei momenti dei tanti dubbi, serve qualche certezza, qualche dimostrazione plastica della disponibilità al sacrificio, all’uscita dagli schemi.

In attesa che a Roma si risolvano i massimi sistemi, cominciando (tra le altre cose) a capire il bisogno di produrre una nuova classe dirigente formata, preparata e non eterodiretta, equidistante da “cariatidi” e “carneadi”, a me piacerebbe che a Piacenza il mio partito desse prova di buon senso e determinatezza, con una mano tesa, segno di forza, capacità di analisi critica e maturità.

Si lanci un appello affinché i rappresentanti delle aree riformiste, che fanno del vivere solidale e inclusivo la loro ragion d’essere, animino un confronto permanente e strutturato.

Un mix di politica, civismo, associazionismo, aperto al mondo studentesco e sindacale, al terzo settore, all’ambientalismo, alle realtà culturali, che dia respiro a esperimenti già in cantiere e a disponibilità da sondare, ma sappia osare come mai è stato fatto prima – in assenza di condizioni e consapevolezze che oggi sarebbe saggio far maturare – dandosi il dichiarato obiettivo di arrivare, nel volgere massimo di un anno, a essere il motore e il supporto di un UNICO GRUPPO CONSIGLIARE DEL CENTRO-SINISTRA a Palazzo Mercanti.

Una compagine vocata al medio termine, una scelta ragionata, non nata a freddo o sull’onda emotiva, che rappresenti le istanze di tutti coloro che si riconoscono in questi valori, comprese le forze che ora non hanno eletti in Consiglio.

Un gruppo che possa far vedere che se c’è volontà, la dedizione al bene comune può essere condivisa, ognuno con pari dignità e al riparo da gerarchie precostituite o paternità insensate.

Lo dico con molta umiltà e nessuna ambizione, mettendo sul tavolo una proposta autonoma, da semplice cittadino, su cui chi vorrà potrà dire la sua e lavorare, ognuno con pari dignità e al riparo da gerarchie precostituite o paternità insensate.

Un percorso serio e credibile, non tanto sulle piccole questioni contingenti ma sui temi di reale interesse e prospettiva della città, che dimostri ai piacentini che non vogliono rassegnarsi all’avanzare delle destre un impegno autentico a loro dedicato.

Nessuno sarà chiamato a snaturarsi, né a fare accordi al ribasso. Al contrario, vorrei che si volasse alto, per allargare la visione, non tanto sulle piccole questioni contingenti ma sui temi di interesse e prospettiva della città.

Una tensione a condividere, a cercare un linguaggio il più possibile comune, nuove forme di coinvolgimento popolare, per aiutare a comprendere le questioni più complesse ed essere sicuri di capire bene, di rimando, qual è il pensiero e quali sono i desiderata della nostra gente.

Uno spazio in cui le idee emergano per la forza dei loro contenuti e per il favore che riescono a intercettare e non per il presunto “potere” di chi le propone.

Una rete dove i partiti tornino davvero a essere luogo di ascolto, elaborazione diffusa, trasmissione coerente della volontà popolare.

Possiamo (e dobbiamo) rianimare una politica più credibile, attrattiva, coinvolgente, che una volta per tutte programma a piccoli passi concreti e responsabili, non corre appresso l’altrui agenda e abbandona la costante e immediata ricerca del consenso, dedicata sempre alle pance, raramente ai cuori, mai alle teste.

Gli elettori ci hanno accomunato nella sconfitta. È così impensabile provare a ripartire più uniti, piantando insieme i semi di future vittorie? Per me non esiste utopia.

Solo buona volontà, tanta onestà intellettuale e voglia di mettersi in gioco, con il NOI preferito all’IO che smette di essere un vuoto slogan per diventare un principio assoluto e imprescindibile.

Questo ho detto alla Direzione provinciale, per stare sul pezzo e non perdermi in parole che poi il vento si porta via.

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La banda dell’ortica mese 6

Il secondo semestre del 2017 è stato per il Partito Democratico di Piacenza il periodo in cui imparare e abituarsi a essere minoranza.

Siamo soddisfatti del primo bilancio: abbiamo dimostrato di essere un gruppo coeso e motivato, che non sta in consiglio col broncio a leccarsi le ferite della sconfitta elettorale o a scaldare la poltrona.

Ci siamo dati l’ordine di scuderia di fare in modo che tutti e quattro si possa prendere la parola, argomentare i temi che meglio si conoscono e studiare quelli nuovi. Mai ci siamo mossi in modo individuale o legati a logiche di appartenenza di corrente su scala nazionale, men che meno ci sono stati scatti in avanti o prese di distanza dalla linea comune. Il dibattito al nostro interno è sempre stato franco e senza filtri, a volte pure ruvido, ma siamo sempre usciti con una sintesi accettata e sostenuta da tutti.

Mica era scontato (specie in un momento di difficoltà del partito come quello presente) e per questo penso che possiamo rappresentare un messaggio positivo a ben altri livelli di gestione del potere e un indicatore importante da consegnare ai cittadini in cerca di nuova credibilità della politica.

Stiamo impostando un percorso sui contenuti, supportati dalla segreteria cittadina e provinciale, oltreché dai componenti dell’ex giunta, che con autentico spirito di servizio si sono da subito messi a nostra disposizione.

In Consiglio abbiamo quasi sempre cercato di condividere col resto delle minoranze gli atti che intendevamo sottoporre e, nei confronti degli amministratori al governo, abbiamo mantenuto la promessa fatta alla prima seduta di un’opposizione senza sconti ma senza bastoni tra le ruote.

Data la presenza di molti amministratori alla prima apparizione in Consiglio, abbiamo assistito a tali e tanti “svarioni”, tecnici e comunicativi, che se non ci fossimo imposti di far prevalere la responsabilità sul gossip e la caciara, avremmo riempito pagine di giornale e scatenato polemiche a non finire.

Vogliamo costruire nel tempo un’alternativa seria e credibile, insieme a quanti decideranno di seguirci e darci fiducia. Vogliamo andare in controtendenza e privilegiare la costruzione di un percorso alla ricerca di consenso immediata, evitando di reagire in modo scomposto a offese e macchine del fango.

A dimostrazione dei nostri intenti propositivi e di contenuto, gli atti ispettivi presentati sono numerosi, parecchi dei quali non ancora calendarizzati nonostante siano abbondantemente scaduti tutti i termi temporali possibili e immaginabili.

Purtroppo, eccezion fatta per la mozione sugli orari Acer, nessuno è stato approvato dalla maggioranza, che ha pensato bene – in spregio alle dichiarazioni di collaborazione del neo Sindaco – di rispedire al mittente persino gli emendamenti alle linee di mandato, tra cui quello sulla mappatura delle barriere architettoniche per una città più a misura di disabile e quella sul protocollo per la legalità al polo logistico.

Sappiamo per esperienza quanto sia complicato governare nelle condizioni date oggigiorno. Ciò non di meno, l’augurio per il 2018 è che chi attualmente guida la città la smetta con i piagnistei e col dare colpe all’eredità ricevuta, per cominciare a far intravedere la sua linea senza dipendere dal passato. Le premesse uscite dalla presentazione delle linee di mandato non ci confortano, ma noi siamo positivi per natura.

Per ora le uniche tracce di cambiamento sono preoccupanti ma quasi simboliche: dalle iniziative che segnano un arretramento sul tema dei diritti (uscita rete Ready), alle risoluzioni contro la legge Fiano o lo Ius Soli, allo spazio di parola dato ad attivisti xenofobi.

In concreto, spiccano la chiusura del “pollaio” di Spazio 4 e quella già lasciata intendere di Spazio Belleville, oltre all’annullamento dell’ordinanza che favoriva il traffico su due ruote e al ripristino del doppio senso di marcia sul primo tratto del Corso.

Non pervenute iniziative a contrasto del degrado e a favore di una presunta sicurezza, fiore all’occhiello delle promesse elettorali: basta fare un giro nelle tradizionali zone che da sempre destano più preoccupazione per accorgersi che nulla è cambiato. Basta andare nei giardini pubblici per capire che il senso civico dei piacentini non dipende dal colore politico di chi governa. Basta usufruire dei parcheggi, girare nelle vie del centro o sui mercati per vedere che i problemi agitati come clave prima delle elezioni e sempre indicati come di immediata soluzione non hanno cambiato di una virgola le loro proporzioni. In compenso, è scappato il comandante della Polizia municipale.

Per il resto, clamorosa continuità, mascherata dietro all’impossibilità concreta di apportare significativi cambiamenti, come se i vari temi nevralgici non fossero già stati perfettamente noti, nei particolari, ai vari esponenti di Lega e Forza Italia già presenti nello scorso mandato.

Tutti i provvedimenti della giunta Dosi usati come simbolo di inefficienza e scelte sbagliate durante le elezioni e bollati con la promessa di essere eliminati sono stati invece mantenuti: dalle aliquote irpef, alla tassa di soggiorno, alla gestione dei profughi in capo ad Asp, alle aree demaniali, per arrivare a Borgo Faxhall e al comparto di Terrepadane.

Persino i famigerati biscotti sullo stradone Farnese, invece di essere rimossi come più volte detto, sono stati abbassati con costi non indifferenti.

“Far quadrare ciò che non sarebbe quadrato, a proposito di bilancio”

non è nulla di eccezionale ma solo il compito principale di qualunque amministrazione, in ogni anno di mandato. Come si fanno quadrare i conti dipende dalle scelte politiche di cui è giusto assumersi le responsabilità, senza demandare alla scarsità di risorse la risposta a ogni obiezioni di fronte a iniziative impopolari. C’è chi investe sull’educazione e la formazione dei giovani, chi sulle unità cinofile per la Polizia municipale.

“Qui nessuno è un fenomeno”

ha detto oggi il Sindaco Barbieri. Molto bene. Con questa affermazione, che condividiamo in pieno, speriamo si possa davvero aprire la stagione di governo e chiudere, cosa non chiara a molti consiglieri di maggioranza, la campagna elettorale basata sul principio che – come da verbale delle dichiarazioni di qualcuno:

“si sa, in quel periodo si può dire un po’ di tutto”.

6 mesi di governo di una DIS-GIUNTA, una squadra dissociata tra le promesse e i (pochi) fatti concreti.

Per ora resta la sensazione, plasticamente rappresentata nella conferenza stampa di stamattina, di un Sindaco molto impegnato a ostentare una sicurezza di facciata, in continua tensione per far combaciare tessere di un puzzle assai complicato, laddove l’agire di gran parte dei suoi assessori, nei fatti e nelle comunicazioni pubbliche, a voler essere magnanimi può essere definito estemporaneo e contraddittorio.

Per non parlare dei consiglieri di maggioranza, che in sei mesi hanno curiosamente presentato più interrogazioni rivolte alla loro stessa giunta di quante se ne potessero supporre in cinque anni.

Sei mesi restano comunque un tempo troppo ridotto per un giudizio definitivo.

Noi staremo a vigilare e proporre. Proporre e vigilare.

 

http://www.ilpiacenza.it/politica/il-pd-assessori-deboli-che-smantellano-ma-non-realizzano-le-promesse-elettorali.html

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Tertium non datur

Tertium non datur

"Ci siamo risvegliati nel modo più traumatico possibile da anni in cui la politica per il cittadino è arrivata seconda dietro alle mille beghe interne. Abbiamo scelto di essere prigionieri di noi stessi e delle nostre debolezze”

| Il castello è venuto giù

Assumersi la responsabilità di mettersi al servizio di una storia da salvare, che coinvolge migliaia di piacentini nei valori di un centro-sinistra moderno, riformista e progressista, tornando a dare un’identità chiara e riconoscibile. Ricetta semplice ma dannatamente impegnativa.

Il castello del Partito Democratico è crollato. I rattoppi non servono più: bisogna ricostruire. Possibilmente insieme.

Io credo (ancora) ai valori della nascita, non mi rassegno a un’involuzione che si è fatta baratro e mi oppongo a interpretazioni della realtà ormai scollegate dalla base.

Ci siamo risvegliati nel modo più traumatico possibile da anni in cui la politica per il cittadino è arrivata seconda dietro alle mille beghe interne. Abbiamo scelto di essere prigionieri di noi stessi e delle nostre debolezze, abbiamo avuto paura di chiedere aiuto alla nostra gente, di ascoltarne gli umori, di interpretarne le sollecitazioni.

Adesso, o si rigenera, o si sparisce, tertium non datur.

Assumersi la responsabilità di mettersi al servizio di una storia da salvare, che coinvolge migliaia di piacentini nei valori di un centro-sinistra moderno, riformista e progressista, tornando a dare un’identità chiara e riconoscibile, da troppo tempo venuta meno. Ricetta semplice ma dannatamente impegnativa.

L’anno zero ci è imposto dagli elettori e non solo dopo il 25 giugno. La cronaca recente a Piacenza pone il Partito Democratico di fronte a sconfitte in serie, sia sul piano politico che amministrativo, con una provincia ormai trainata da destre più o meno radicali.

Prendiamo atto di dinamiche trite, figlie di un partito ripiegato su se stesso e su fazioni in perenne scontro, abbandonato dagli iscritti e succube di leader non disposti ad accettare che nell’immaginario della nostra base rappresentano ormai il professionismo della politica, intento ad auto perpetuarsi e lontano dal c.d. “mondo reale”. Facciamo mea culpa per aver sacrificato, sull’altare di queste logiche distorte, candidati e amministrazioni, tra cui Fiorenzuola e Piacenza, con l’onta di una disfatta dalla portata senza precedenti proprio nel capoluogo. Pareva esserci assuefazione e su questo c’è chi ha pensato di poter vivere di rendita.  Il voto ha dimostrato invece rigetto.

Un partito che sa solo litigare è debole per definizione. Non aiuta i suoi eletti e amministratori, non si cura dei suoi iscritti e militanti.

L’errore più grave oggi sarebbe tanto auto-assolversi, quanto andare all’ennesima resa dei conti. Tanto dirottare colpe, quanto sminuire ricorrendo a elementi ineludibili ma parziali come la scissione, il trend nazionale e l’elevato astensionismo, che al contrario devono stimolare in tutti riflessioni ancora più pronte. Se continueremo a soddisfarci della narrazione che si fa al nostro interno, sempre più piccolo e deluso, si basi questa su prove di forza, conte o flebili equilibri dettati dall’interesse del momento, possiamo star certi che il declino sarà inesorabile e neppure troppo lento. Al contrario, se torneremo a elaborare politiche reali e a condividere posizioni concrete con i cittadini, nessun nuovo traguardo sarà fuori dalla nostra portata, primo tra tutti quello di tornare alla guida della città già nel 2022.

Oggi abbiamo consegnato Piacenza alla destra per demeriti nostri. Ci siamo regalati cinque anni, per domandarci ogni giorno come tornare ad appassionare i piacentini, a convincerli di essere soggetto coerente e credibile. È questione di qualità dell’offerta politica, d’identità precisa e dell’etica di chi vuol rappresentare comunità di persone.

Discontinuità è la parola simbolo di questi ultimi 6 mesi. Ora l’esigenza si sente ancora più forte.

I segretari, provinciale e cittadino, si sono dimessi con un gesto di apprezzabile dignità politica, ma non si può pensare che bastino un paio di “teste” per sistemare tutto, perché il punto non è quello.

Siamo alla prova del nove, dobbiamo dimostrare e dimostrarci che la strada nuova è intrapresa con convinzione e non per mestiere. Serve voltare pagina, prima di tutto con un nuovo metodo, per farsi carico del rilancio e del massimo coinvolgimento possibile di tutti i militanti, degli amministratori, di chi ha incarichi politici, dei cittadini e delle forze che si riconoscono nei valori della nostra tradizione. I giovani si stancano di attaccare manifesti: devono diventare protagonisti.

Dobbiamo tornare a essere uno spazio di elaborazione permanente di sinistra, non un incubatore di consenso elettorale alla bisogna.

Il Partito Democratico di Piacenza non deve tornare TRA la gente, proposizione stanca e che sottende ancora una volta un “noi” e un “loro” ma DELLA gente, per ribadire autentico spirito di servizio e comunanza di intenti.

società
CRONACA. Nuova casa a Porta Galera per il Partito Democratico
Amministro come so fare il volontario. Non prometto agli altri meraviglie ma lavoro con gli altri per un mondo migliore. Tutti i giorni. Con l’ottimismo ignorante di chi lo crede possibile se fatto insieme. Avete mai visto un volontario fare promesse? Il volontario coglie un bisogno, si attiva per risolverlo, cerca chi lo può aiutare. Ai proclami preferisco la fatica.- Stefano Cugini

Sono amministratore di tutti i cittadini, ma faccio politica nel PD.

Il mio partito ieri mi ha confermato che non teme di scommettere sui luoghi fisici, che non cerca alibi, che vuole stare in mezzo alla gente. Soggetti” si diventa vivendo gli “spazi”, accorciando le distanze, traducendo idee complesse in linguaggi semplici; assumendosi responsabilità senza fare gli equilibristi.

C’é un popolo che ha bisogno di tornare a credere nella Politica. Tra chi é disposto a metterci la faccia, senza se e senza ma, io mi sentirò sempre a casa. Benvenuti a #portagalera!

Pd nuova casa nel quartiere multietnico

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società
UNIONI CIVILI. Sul registro non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire
In politica vanno di moda quelli che sono “fedelissimi” di qualcun altro (che poi il “qualcun altro” cambi nel tempo è discorso a parte); io invece sono fedele ai valori che mi ha trasmesso la mia famiglia e alle idee che mi sono formato crescendo. E sono leale con chi è coerente nell’interpretare queste idee e questi valori.- Stefano Cugini

lgbt lillaSpettacolo indegno ieri in Consiglo comunale (purtroppo non è il primo).

All’ordine del giorno l’istituzione del Registro delle Unioni civili. Tema controverso, ideologicamente polarizzante, inutile perdita di tempo per alcuni, cogente necessità per altri.

Che la destra avrebbe alzato le barricate era prevedibile. La veemenza che ha scelto come strategia mi è francamente parsa una vergognosa mancanza di rispetto, in primis ai cittadini: quei cittadini cui ieri qualcuno ha “rubato” buona parte dei gettoni di presenza che ci saranno accreditati.

La triste realtà è che ieri, per un argomento ampiamente dibattuto in commissione, visto, scritto, limato ed emendato con buona trasversalità, sarebbero bastati 30 minuti. Alcuni sgamati colleghi (Lega e Pdl n.d.r.), molto esperti di Consiglio comunale, hanno deciso di trasformare tutto in un circo, arrivando a minacciare il tumulto d’aula, facendo sospendere i lavori e presentando un centinaio di emendamenti per l’unica ragione di fare ostruzionismo e finire sui giornali.

Colleghi che, per inciso, non sono nuovi a lasciarsi trasportare dalla foga oratoria, tradendo un’incoerenza di cui ogni volta si sprecano gli esempi.

Dico: come si fa a farsi scudo, peraltro impropriamente, della nostra Costituzione, accusare altri di usarla solo quando fa comodo e contemporaneamente firmare i propri documenti su carta intestata “Lega Nord per l’INDIPENDENZA della Padania? L’articolo 5 non parla per caso della nostra Repubblica come “una e indivisibile”? Almeno un po’ di decenza. Se ti senti di appartenere a qualcosa che non esiste e vuoi la secessione, lascia stare la Carta fondamentale, dai!

Un pomeriggio a sentir sbraitare di priorità trascurate in nome di questo ordine del giorno, con in testa la voglia di ricordar loro quando hanno presentato la richiesta di istituzione del cimitero per gli animali da affezione (!). Si badi, nessuno dice che il tema non è meritevole di essere affrontato, ma questo di certo non è propriamente una priorità, visti i momenti…

Registro delle Unioni civili, si diceva: per questa destra strillante, un inutile atto simbolico. Primo: se è tanto inutile perché sbattersi così per preparare più di cento emendamenti? Secondo: anche se fosse un mero atto simbolico (e per me non è così), esiste forse qualcosa di più simbolico di una donna di colore che non cede il posto a un bianco? Eppure da questo gesto di Rosa Parks è cambiata la storia dei diritti civili nel mondo. Quando si dice l’importanza di un gesto simbolico…

Tra le tante sciocchezze sentite ieri sera, alcune delle quali preferisco non commentare perchè riaprirebbero una mia ferita privata che fatico a rimarginare, mi ha dato fastidio in modo particolare il richiamo alla possibilità di risolvere la questione con semplici “atti notarili”, il bisogno espresso di trovare uno spazio intermedio tra una libera scelta (la convivenza) e un “impegno compiuto” (il matrimonio)

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politica
Verso il congresso provinciale del PD di Piacenza

Antonio Gramsci odiava gli indifferenti, io aggiungo i massimalisti. E penso al Partito Democratico in generale e al prossimo Congresso provinciale del PD di Piacenza.

Disimpegno e intransigenza sono, su versanti opposti, un problema per la politica e così, tra un elettorato in libera uscita, un astensionismo al suo massimo e le bizze di una classe dirigente che sembra più attenta a questioni regolamentari e a posizionamenti che al numero di disoccupati senza prospettive, eccoci a considerare un partito che sulle polarità in perenne conflitto sta consumando la sua esistenza.

Noi qui, attori e un po’ complici di uno spettacolo indegno delle tradizioni storiche e politiche che del PD costituiscono la nervatura.

Tutti a vedere nelle correnti il male assoluto ma pochissimi disposti ad ammettere che il vero anello debole sono quei soggetti incapaci di trovare un punto di caduta condiviso tra le diverse sensibilità, gli arroccati sul pregiudizio, quelli che trasformano l’elaborazione in scontro ideologico o generazionale: i “taliban” insomma; ogni area ha i suoi.

È un dato che la produzione di idee nel partito sia stata lasciata a un numero sempre maggiore di teorici (o presunti tali) finendo col rinunciare al contributo vitale della “forza lavoro”, di quella base ormai relegata ad attaccare manifesti, fare banchetti o cuocere spiedini sulle feste ma che dimostra spesso di arrivare al nocciolo delle questioni prima e meglio di tanti notabili. Frustrata nel senso di appartenenza e poco ascoltata.

Questa assenza progressiva di partecipazione e condivisione ha cristallizzato le posizioni di minoranze al potere, sempre meno capaci di una discussione realmente costruttiva, sempre più interessate alle rendite di posizione.

Bisogna opporsi con forza all’idea di chiudersi al cambiamento, a chi considera il partito in senso ristretto, elitario. Il caparbio presidio della solita “mattonella” è fuori dal tempo e genera immobilismo, tanto in chiave politica quanto amministrativa.

Ugualmente però sarebbe sbagliato pensare che la soluzione stia nel fare tabula rasa di tutto, perchè il nuovismo acritico, che “getta il bambino con l’acqua sporca”, segna il continuo ritorno a un punto zero, altrettanto inefficace e dannoso.

Per questi motivi penso che la rivoluzione tra noi democratici sarà/sarebbe riuscire ad affrancarci da queste due interpretazioni radicali e declinare un vero percorso riformista, finalmente di contenuto e non solo di facciata.

Hai detto niente? Essere riformisti oggi significa esporsi alle critiche delle ali più estreme e all’ostilità di chi si muove un po’ più gattopardescamente.

Il vero riformismo non è autoreferenziale. Chiede quel senso di responsabilità e quello spirito di squadra cui altri si possono sottrarre, perchè è più facile distruggere che costruire, dividere che unire, contrapporsi che dialogare.

Parla al popolo senza essere populista; guarda al futuro e affronta i temi nella loro complessità, senza subordinare le singole prese di posizione sulla base del consenso immediato.

Per me questo deve essere il Partito Democratico e in proposito mi auguro che si smetta di filosofeggiare e si affronti il percorso congressuale in modo rapido e alla luce del sole.

So di chi auspica una figura tanto autorevole da mettere tutti d’accordo, dimenticando forse che abbiamo dovuto congelare un segretario uscente per non essere riusciti a convergere su un traghettatore per due o tre mesi; sento e leggo di chi non vuole parlare di nomi, perché prima verrebbe la sostanza.

Ecco, a tal proposito, non fingiamo di ignorare che chi vive il PD – ovunque – conosce a menadito le posizioni in campo, chi le rappresenta e chi le sostiene. Evitiamo le ipocrisie allora e cominciamo a farli, questi nomi: tanto – stringi, stringi – è lì che dobbiamo arrivare.

L’importante è che conservatori, riformisti, rottamatori e compagnia bella presentino candidature di alto profilo, se ne hanno. Persone capaci, credibili e al di sopra di ogni sospetto, degne di rappresentare tutto il partito una volta elette; moderate il giusto per sostenere la propria linea solo in virtù della sua forza intrinseca, pronti ad arricchirla mediando con gli altri punti di vista.

Servono visioni alternative basate sulla legittimazione reciproca, in grado di contrapporsi senza farsi la guerra ma indisponibili a patti di non belligeranza poco nobili.

Sbrighiamoci a risolvere queste “beghe” interne, perchè i temi davvero importanti sono altri: stanno fuori, in mezzo alla gente e la nostra missione è affrontarli e dare risposte concrete e risolutive.

Tutto il resto è accessorio.

società
SANITÀ: valorizzare e salvaguardare il sistema 118 a Piacenza
Non importa quello che stai guardando, ma quello che riesci a vedere.- Henry David Thoreau

ambulanzaAl termine di una serie di incontri coordinati dal gruppo welfare, che hanno visto la partecipazione di più o meno tutti i c.d. stakeholders, come Partito Democratico di Piacenza abbiamo prodotto il documento che segue e che compendia la nostra posizione.

Mi sono occupato di scriverlo e penso che il risultato finale sia buono, utile per lo meno a rendere definitiva un’elaborazione partita circa un anno fa, con l’approvazione del mio emendamento alla mozione presentata dalla Lega Nord in Consiglio comunale.

Questo il testo, presentato mercoledì 17 in conferenza stampa:

Il Partito Democratico di Piacenza vuole contribuire con una presa di posizione ufficiale al dibattito in corso sul progetto regionale di ammodernamento del 118. Tema importante per la nostra comunità.

Premessa d’obbligo è l’auspicio che si parta da una condivisione della logica di Area Vasta che, coerentemente con le indicazioni programmatiche e con gli indirizzi regionali in materia, mira a favorire sinergie e comunione di risorse e a contribuire alla omogeneizzazione dell’offerta assistenziale sui migliori standard qualitativi, sia a livello di servizio che di supporto tecnologico.

Partendo da questo assunto, ci preme mettere a rendita il contributo fornito dal dibattito di questi mesi: individuare i temi su cui investire i nostri sforzi di concertazione con i vari livelli è infatti dirimente.

Siamo dell’opinione che concentrarsi solo sull’ubicazione logistica della Centrale di chiamata sia riduttivo e facilmente strumentalizzabile, nonché debole di fronte alla prevista dotazione di tecnologie informatiche all’avanguardia per il riconoscimento e la tracciabilità del numero chiamante.

Al contrario vogliamo investire su una presa di posizione a tutela della valorizzazione di peculiarità, professionalità ed eccellenze che il nostro territorio ha saputo sviluppare in questi anni, creando un modello di governance virtuoso e collaudato.

Parliamo di contratti, dislocazione dei mezzi di soccorso, composizione degli equipaggi, ruolo del volontariato, formazione del personale.

È proprio in considerazione della competenza dei nostri operatori in questi ambiti che vogliamo spenderci affinché Piacenza diventi il polo di coordinamento, l’interlocutore unico della CENTRALE OPERATIVA di area vasta.

È nostra ferma convinzione sollecitare tutti i portatori di interesse perché il modus operandi piacentino diventi standard di qualità e operatività anche in prospettiva di realtà accorpate.

Contestualmente a questa visione generale, chiederemo che il nuovo assetto offra una serie di garanzie molto precise, quali:

  1. il riutilizzo di tutte le risorse umane e finanziarie nel sistema di emergenza/urgenza territoriale;
  2. l’implementazione del trasporto d’emergenza nel territorio provinciale, laddove risultasse ancora carente;
  3. il governo dei trasporti tra ospedali, sia urgenti che ordinari;
  4. il mantenimento e la diffusione della procedura di “codice blu”, attraverso cui l’operatore 118 è in grado di allertare direttamente le Centrali di polizia Municipale, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco e Carabinieri per il pronto invio di una pattuglia dotata di defibrillatore.
  5. la tutela del ruolo fondamentale del volontariato in considerazione del fatto che, tra l’altro, le Pubbliche assistenze piacentine sono state le prime a concludere positivamente il complesso iter di accreditamento. A tal proposito si chiede anzi di uniformare il percorso con tutte le direttive e le modalità stabilite a livello regionale e di riformulare la valutazione delle poche realtà territoriali non ancora accreditate.

Il Partito Democratico di Piacenza assicura con questo approccio il proprio impegno e la disponibilità al confronto con enti, associazioni e cittadini coinvolti.

Vittorio Silva – Segretario Provinciale
Paolo Dosi – Sindaco di Piacenza
Paola De Micheli – Parlamentare
Marco Carini – Consigliere regionale
Paola Gazzolo – Assessore regionale
Giovanna Palladini – Assessore Comune di Piacenza
Marco Bergonzi – Capogruppo Consiglio Provinciale
Stefano Borotti– Responsabile welfare
Stefano Cugini – Consigliere comunale di Piacenza

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