altri tempi
La città amica

Smisurato amore.

"Amo visceralmente la mia città. Non potrei farne a meno: è l'inizio di ogni viaggio e il suo punto di arrivo, l'origine delle pene e la grande soddisfazione. Non è meglio, più bella, più ricca di altre città. Ma è Piacenza, casa mia”

| Città amica

La città amica non teme il cambiamento e la diversità, non rinnega le radici, sa che ogni tradizione ha senso se serve a modellare il futuro. La città amica non ha paura e crede che insieme nessun traguardo sia precluso.

skyline piacenzaLa città amica coniuga equità sociale e solidarietà umana; propone un welfare di comunità pro-attivo e universalistico, in cui ai servizi erogati corrispondono abilità e disponibilità rimesse in circolo da chi beneficia degli aiuti pubblici.

Le politiche sociali della nostra città sono impostate per rendere residuale l’assistenzialismo puro. Abbiamo bisogno di utenti disposti a intraprendere nuovi percorsi per il raggiungimento dell’autonomia, perché la condizione di fragilità sia vissuta come temporanea e superabile

piacenza2La città amica favorisce la prevenzione a discapito degli interventi riparativi ed emergenziali. A Piacenza, fare welfare significa scendere su un terreno di confronto e condivisione, di sviluppo di reti tra istituzioni, individui, famiglie e realtà produttive, terzo settore, associazioni di categoria e fondazioni, per rafforzare il tessuto della comunità come prima forma di auto tutela e sviluppo.

Ripensare e sperimentare sono parole d’ordine di un approccio che conta sull’entusiasmo del co-protagonismo, su un sistema dalla forte base valoriale, sulla promozione di un welfare responsabile e partecipato, fatto di consapevolezza e sussidiarietà reale.

Ampio spazio ai percorsi di acquisizione di crescenti e sempre migliori capacità di leggere i bisogni collettivi e prevederne l’evoluzione. Contrasto all’autoreferenzialità, per ottimizzare gli interventi e liberare risorse a favore di chi progetta su larga scala e con visione d’insieme, evitando dispersioni e sprechi.

ricci oddiPiacenza crede nelle uguali opportunità, nella tutela dei più fragili, nell’integrazione, ponendosi come soggetto centrale nella programmazione e organizzazione del sistema integrato d’interventi e servizi sociali, titolare di una committenza forte e di una funzione gestionale proporzionata ai contesti e agli interlocutori privati di riferimento.

Il Comune presidia il sistema complessivo di sviluppo dei servizi alla persona, in ambito sociale, socio-sanitario e socio-educativo. Gli interventi riguardano la salute, i servizi per le non autosufficienze, l’integrazione delle minoranze etniche, i servizi per le famiglie, per i minori, le attività promozionali per la terza età, le politiche abitative.

La città amica riconosce la centralità della persona e della famiglia nelle diverse fasi della vita, presidia il livello di offerta, oltre che la creazione di contesti regolati rispetto al mercato informale delle cure. Promuove servizi capaci di aggregare la domanda e incentivare i legami sociali.

Pranuccio farneseiacenza offre sostegno nei piccoli e grandi problemi della vita domestica, garantendo occasioni di socialità, mutuo aiuto e solidarietà, in cui costruire relazioni tra persone, famiglie, generazioni e servizi. Coordina le attività di conciliazione, mediazione interculturale, consulenza, animazione. Propone spazi educativi extra scolastici e di rinforzo didattico e aggregativo.

Sostiene la genitorialità adottiva e si occupa di prevenzione del disagio minorile, con un occhio vigile sulle situazioni d’incuria e maltrattamento, attraverso interventi di assistenza a domicilio a carattere socio-educativo, riabilitativo e di sollievo familiare.

La città amica è attenta alle persone fragili e sole. Tiene monitorate le situazioni di difficoltà e solitudine delle persone anziane con prestazioni leggere e gratuite a sostegno della vita quotidiana, di orientamento e accompagnamento alla presa in carico da parte dei Servizi.

duomoAttiva percorsi di socializzazione ad hoc, non arretrando sugli interventi promozionali, per preservare l’autosufficienza dell’anziano e garantire occasioni per stare insie
me. Imposta percorsi flessibili e individualizzati di accesso alle strutture (sanitarie, socio-sanitarie e socio-assistenziali), favorendo le situazioni più gravi e urgenti.

Piacenza non lascia sole le persone disabili: vigiliamo sul livello di qualità della vita attraverso una rete complessa di servizi flessibili e graduali, fatta di residenzialità, centri diurni, housing sociale, mini alloggi, gruppi appartamenti, ambienti protetti per avvicinare i ragazzi alla dimensione lavoro.

Contribuiamo a sgravare il carico di cura delle famiglie con programmi specifici per sperimentare prospettive di autonomia. Ci impegniamo per la riduzione e l’abbattimento delle barriere architettoniche, a cominciare dall’edilizia residenziale pubblica.

La città amica coglie il tema delle nuove povertà, di chi improvvisamente scende sotto la soglia minima e si trova ad affrontare dimensioni di vita mai sperimentate: l’emergenza abitativa è prioritaria. Diamo risposta a chi ha bisogno dell’edilizia pubblica come misura temporanea e assistenziale e cerchiamo di intercettare chi è in procinto di essere escluso dal mercato privato, coordinando l’offerta di alloggi privati a canoni calmierati.

Contrastiamo disagio, marginalità, esclusione sociale attraverso il potenziamento dei servizi contro la violenza di genere, la lotta alla tratta, allo sfruttamento sessuale e lavorativo. Investiamo sui programmi di accoglienza abitativa temporanea, ricoveri notturni e percorsi individualizzati di reinserimento sociale.

Crediamo in un ruolo forte dell’ente pubblico rispetto alla dimensione carcere, convinti che chi ha sbagliato deve avere la possibilità di redimersi e di tornare a produrre capitale sociale e valore aggiunto per la collettività cui farà riferimento. Per noi umanizzare le condizioni di detenzione e fornire occasioni di socializzazione e formazione professionale sono i modi migliori per traguardare il vero reinserimento.

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politica
Verso il congresso provinciale del PD di Piacenza

Antonio Gramsci odiava gli indifferenti, io aggiungo i massimalisti. E penso al Partito Democratico in generale e al prossimo Congresso provinciale del PD di Piacenza.

Disimpegno e intransigenza sono, su versanti opposti, un problema per la politica e così, tra un elettorato in libera uscita, un astensionismo al suo massimo e le bizze di una classe dirigente che sembra più attenta a questioni regolamentari e a posizionamenti che al numero di disoccupati senza prospettive, eccoci a considerare un partito che sulle polarità in perenne conflitto sta consumando la sua esistenza.

Noi qui, attori e un po’ complici di uno spettacolo indegno delle tradizioni storiche e politiche che del PD costituiscono la nervatura.

Tutti a vedere nelle correnti il male assoluto ma pochissimi disposti ad ammettere che il vero anello debole sono quei soggetti incapaci di trovare un punto di caduta condiviso tra le diverse sensibilità, gli arroccati sul pregiudizio, quelli che trasformano l’elaborazione in scontro ideologico o generazionale: i “taliban” insomma; ogni area ha i suoi.

È un dato che la produzione di idee nel partito sia stata lasciata a un numero sempre maggiore di teorici (o presunti tali) finendo col rinunciare al contributo vitale della “forza lavoro”, di quella base ormai relegata ad attaccare manifesti, fare banchetti o cuocere spiedini sulle feste ma che dimostra spesso di arrivare al nocciolo delle questioni prima e meglio di tanti notabili. Frustrata nel senso di appartenenza e poco ascoltata.

Questa assenza progressiva di partecipazione e condivisione ha cristallizzato le posizioni di minoranze al potere, sempre meno capaci di una discussione realmente costruttiva, sempre più interessate alle rendite di posizione.

Bisogna opporsi con forza all’idea di chiudersi al cambiamento, a chi considera il partito in senso ristretto, elitario. Il caparbio presidio della solita “mattonella” è fuori dal tempo e genera immobilismo, tanto in chiave politica quanto amministrativa.

Ugualmente però sarebbe sbagliato pensare che la soluzione stia nel fare tabula rasa di tutto, perchè il nuovismo acritico, che “getta il bambino con l’acqua sporca”, segna il continuo ritorno a un punto zero, altrettanto inefficace e dannoso.

Per questi motivi penso che la rivoluzione tra noi democratici sarà/sarebbe riuscire ad affrancarci da queste due interpretazioni radicali e declinare un vero percorso riformista, finalmente di contenuto e non solo di facciata.

Hai detto niente? Essere riformisti oggi significa esporsi alle critiche delle ali più estreme e all’ostilità di chi si muove un po’ più gattopardescamente.

Il vero riformismo non è autoreferenziale. Chiede quel senso di responsabilità e quello spirito di squadra cui altri si possono sottrarre, perchè è più facile distruggere che costruire, dividere che unire, contrapporsi che dialogare.

Parla al popolo senza essere populista; guarda al futuro e affronta i temi nella loro complessità, senza subordinare le singole prese di posizione sulla base del consenso immediato.

Per me questo deve essere il Partito Democratico e in proposito mi auguro che si smetta di filosofeggiare e si affronti il percorso congressuale in modo rapido e alla luce del sole.

So di chi auspica una figura tanto autorevole da mettere tutti d’accordo, dimenticando forse che abbiamo dovuto congelare un segretario uscente per non essere riusciti a convergere su un traghettatore per due o tre mesi; sento e leggo di chi non vuole parlare di nomi, perché prima verrebbe la sostanza.

Ecco, a tal proposito, non fingiamo di ignorare che chi vive il PD – ovunque – conosce a menadito le posizioni in campo, chi le rappresenta e chi le sostiene. Evitiamo le ipocrisie allora e cominciamo a farli, questi nomi: tanto – stringi, stringi – è lì che dobbiamo arrivare.

L’importante è che conservatori, riformisti, rottamatori e compagnia bella presentino candidature di alto profilo, se ne hanno. Persone capaci, credibili e al di sopra di ogni sospetto, degne di rappresentare tutto il partito una volta elette; moderate il giusto per sostenere la propria linea solo in virtù della sua forza intrinseca, pronti ad arricchirla mediando con gli altri punti di vista.

Servono visioni alternative basate sulla legittimazione reciproca, in grado di contrapporsi senza farsi la guerra ma indisponibili a patti di non belligeranza poco nobili.

Sbrighiamoci a risolvere queste “beghe” interne, perchè i temi davvero importanti sono altri: stanno fuori, in mezzo alla gente e la nostra missione è affrontarli e dare risposte concrete e risolutive.

Tutto il resto è accessorio.

partecipazione
Carcere, solidarietà e festival
Non importa quello che stai guardando, ma quello che riesci a vedere.- Henry David Thoreau

La Festa Nazionale del Terzo Settore organizzata dal Partito Democratico prima, il Festival del Diritto poi. Settembre si preannuncia un mese di grandi appuntamenti a Piacenza, accomunati dal fil rouge tematico della solidarietà. [more…]

Intorno a questo concetto di fondo ruotano altre suggestioni, su welfare, partecipazione, sicurezza, cittadinanza attiva, conflitti, su cui saranno incentrati dibattiti e approfondimenti.

Lo spunto per questa riflessione è stato un articolo del 23 agosto, in cui don Affri, cappellano della casa circondariale di Piacenza, parla di due detenuti che hanno scelto di usare i loro giorni di permesso per stare accanto ai terremotati dell’Emilia. Poche righe intrise di speranza e aspettative nei confronti di queste persone; una breve storia di solidarietà appunto, ricevuta e rimessa subito in circolo.

L’occasione mi sembra opportuna – alla luce dei recenti dati sull’aumento dei reati diffusi dal Sole 24Ore – per affrontare il tema scomodo del carcere e contrapporre una chiave di lettura alternativa a chi punta come al solito sulla pratica scorciatoia dell’allarme sociale. A muovermi non è scienza infusa, ma il desiderio di proporre alcune osservazioni un po’ meno a fior d’acqua.

Coniugare la solidarietà all’idea del crimine e della reclusione non è così semplice. Questi ultimi sono facce della stessa medaglia ma, mentre dare giudizi sull’azione in sé è pratica comune – spesso esercitata a sproposito, del mondo dietro le sbarre, di cosa succede dopo, si fa più fatica a parlare.

Sembra di puntare il dito su una brutta cicatrice che sfregia la città: si preferisce chiamarlo in causa con parsimonia, giusto se l’occorrenza è vantaggiosa, quasi a non voler disturbare il nostro quieto (mica tanto, ultimamente) vivere borghese.

Qui non si parla di aiutare bimbi senza famiglia, ma di pensare a galeotti che scontano una pena: «bisognerebbe buttar via la chiave», «ci vorrebbero i lavori forzati», «i penitenziari sono alberghi a quattro stelle» e via discorrendo, in un campionario di frasi fatte che noi brava gente impariamo molto presto a rivolgere ai cattivi, mai troppo puniti.

Il punto sta però proprio nella capacità o meno di affrontare il problema in modo serio, senza preconcetti. Di certo è difficile, perché chi dovrebbe aiutarci a capire preferisce tenerci sulla corda e chi avrebbe facoltà di replica non si sogna di esercitarla. Difficile. Soprattutto perché abbiamo bisogno di chi sbaglia: il capro espiatorio è una figura insostituibile, per la nostra armonia cognitiva e per la nostra coscienza svogliata.

Solidarietà, sicurezza, criminalità, carceri. E numeri. Si, perché le cifre sono importanti ma vanno interpretate con un minimo di onestà. Bisogna sapere e voler distinguere tra quello che appare e quella che è la realtà effettiva.

Prendiamo gli stranieri: gli immigrati delinquono più o meno di noi? Affidandosi al sentire comune la risposta vien da sé e per molti i numeri sono lì a certificalo.

Intanto, questione di non poco conto, il calcolo sulla minore o maggiore criminalità andrebbe fatto computando davvero tutti gli stranieri presenti in Italia, mentre le cifre ufficiali riguardano solo quelli effettivamente regolari (circa un quinto rispetto al totale); già questa accortezza vedrebbe crollare le percentuali del coinvolgimento degli immigrati rispetto ai delinquenti nostrani.

Non facciamoci poi trarre in inganno dal numero di stranieri nelle nostre carceri. A differenza degli italiani, non hanno di fatto possibilità di sottrarsi alla custodia cautelare: l’assenza di una rete sociale d’appoggio (manca una residenza e una famiglia che faccia da garante), rende quasi impraticabile la strada del rilascio in attesa del procedimento giudiziario. Stesso discorso vale per le misure alternative, di più difficile accesso per un immigrato che non per un italiano. Da questi presupposti è naturale che la popolazione carceraria sia così connotata.

Non bastasse – ma in pochi lo dicono – non vi è quasi traccia di rilevazioni che tengano in debita considerazione un elemento chiave quale il c.d. “numero oscuro”, ovvero quella fetta di reati (si pensi ai falsi in bilancio, alle evasioni fiscali, alla bancarotta fraudolenta, ai reati ambientali, alle frodi informatiche) nei quali statisticamente si annidano più italiani, quei parassiti in colletto bianco che in altri Stati chiamano criminali e trattano di conseguenza, mentre da noi continuano a recitare la parte dei furbi.

Quando snoccioliamo dati, purtroppo, abbiamo una generale tendenza a mettere sotto potenti riflettori “gli altri” e a nascondere più volentieri “i nostri”. De facto, lo straniero, reo di una delinquenza più di strada e molto meglio individuabile, finisce col diventare il candidato ideale su cui vengono stilati quei report e quelle statistiche che influenzano l’opinione pubblica.

Ma torniamo alla questione carceraria. Il superamento della concezione retributiva (in cui a una data violazione risponde una sanzione definita e uguale per tutti, a prescindere dalla personalità del soggetto) rappresenta la radicale innovazione in tema di politica criminale che ereditiamo dal ventesimo secolo.

L’evoluzione giurisprudenziale verso il principio del trattamento rieducativo e risocializzativo ha portato ad accantonare il sistema tariffario, in favore di una nuova idea di pena utile, capace non tanto di punire quanto piuttosto di eliminare i fattori che hanno portato alla delinquenza. È l’affermarsi del welfare state, con lo Stato garante e promotore del benessere sociale di tutti i cittadini.

Scelte politiche, si badi bene. La precisa volontà di costruire un percorso sanzionatorio meno gravoso per la società (anche e soprattutto in termini economici)  e con una minore esposizione al rischio di restituire un soggetto con poche prospettive di reinserimento e fortemente indiziato alla recidiva. Si è scelto di non decontestualizzare i detenuti dal mondo esterno, dimenticandoli in cella a riflettere sul male compiuto, ma di favorire atteggiamenti e stili di vita conformi alle norme sociali condivise.

Da queste impostazioni, pur oscillanti nei decenni tra letture più permissive e altre più restrittive, emerge l’incompatibilità tra il concetto di risocializzazione e l’assunto per cui serva “buttar via le chiavi”, nonché l’evidenza di un percorso di recupero vincolato al contributo collettivo.

Ed eccoci di nuovo alla solidarietà, intesa nella sua accezione migliore, come sforzo attivo verso chi ha bisogno di aiuto; anche senza volerlo torna, con prepotente evidenza, l’aspetto culturale. Una sensibilità profonda come quella di Alessandro Bergonzoni ha usato in proposito queste parole:

stabiliamo un rapporto tra asili e carceri, tra ospedali e scuole elementari per “andare a vedere” fin dall’età più giovane, per “usare le mani dell’anima”, per entrare con le stesse chiavi che dovrebbero buttare per darci la sicurezza, a far parte di cosa ci spetta (e ci aspetta), sia come futuri carcerati sia come future vittime

Una comunità è fatta di cinema, teatri, ospedali, sagre, campi sportivi, scuole, uffici,… carcere. È come giocare con i Lego: dobbiamo prendere quel mattoncino e spostarlo più vicino a tutti gli altri, ridurre le distanze fisiche, mentali e ideologiche.

Volenti o nolenti, non esistono altri a cui rimettere la competenza su questo tema. Farlo significa nascondersi, escludere una parte che è nostra a pieno titolo, rinviare ai nostri figli la ricerca di una soluzione più dignitosa e soprattutto più utile alla società globalmente intesa.

Scontare una pena è dolore, rabbia, devastazione psicologica e sociale, ma ha il dovere di essere anche e soprattutto speranza, per chi entra e per chi aspetta fuori, perché in carcere non ci finiscono solo i Riina, i Brusca e i Provenzano e per un delinquente irrecuperabile ci sono cento scelte sbagliate da non rifare, attimi girati male che non possono precludere un’altra opportunità.

Dentro a tutto ciò stanno temi come lo sviluppo delle misure alternative alla detenzione, la gestione del conflitto tra gli autori dei reati e le vittime (in senso lato, tra le rispettive famiglie o addirittura le comunità di appartenenza), l’ambizione volta a una pena veramente ecologica, così come l’amica Carla Chiappini ha definito

«quella che non lascia residui tossici nei condannati e nella società. O almeno ci prova»

In definitiva, benché coscienti che anche questo sistema è tutt’altro che perfetto, la constatazione del fallimento delle strategie repressive e una decisa presa di distanza da chi auspicherebbe, ancora e nonostante tutto, il ricorso a questo tipo di misure.

Serve uno sforzo verso la conoscenza, non l’impegno a costruire nuovi muri, nuove celle. È importante più che mai bandire il pregiudizio, coltivare il dubbio, aver voglia di approfondire.

Accedere a queste realtà con informazioni sempre e solo di seconda mano ci porta a dimenticare che dietro alle parole degli altri e alle immagini ci sono comunque le persone, anche quelle che decidono di rinunciare a un permesso per stare accanto ai terremotati.

La scelta, quando il nostro ego si trova di fronte a un alter in difficoltà, resta circoscritta tra l’abbandono e la solidarietà, con le relative conseguenze: non è necessario compierla per bontà d’animo, basta farlo per intelligenza.

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memorie resistenti, partecipazione
Francesco Daveri
Non amo i radicalismi, ma altrettanto fuggo dalle forme indefinite che inglobano tutto e il suo contrario.- Stefano Cugini

Francesco Daveri (Emilio)

Francesco Daveri (Emilio)Nato a Piacenza il 1° gennaio 1903, morto a Gusen il 13 aprile 1945, avvocato, medaglia d’argento al valor militare alla memoria.

Di anni 42. Nato a Piacenza il 1º gennaio 1903. Avvocato.
Coniugato e padre di 6 figli. Frequenta il Seminario vescovile di Piacenza fino al ginnasio, poi, nell’ottobre del 1919, è ammesso al Collegio Alberoni.
Nel 1921 abbandona la carriera ecclesiastica ed entra a far parte della “Gioventù cattolica” e della “Federazione universitaria cattolica italiana” (FUCI). Nell’ottobre del 1922 diventa membro del Consiglio della Federazione diocesana, di cui è nominato Segretario per la propaganda nel 1924 e Segretario per le missioni nel 1926. Dal 1927 al 1929 è nel gruppo dirigente della FUCI, poi, dal 1930, la sua adesione alle federazioni e ai circoli cattolici si intiepidisce, in concomitanza con il progressivo accendersi della sua militanza antifascista.
Accanto all’impegno nell’Azione Cattolica, nei primi anni 30 Daveri comincia ad allacciare rapporti e relazioni con molti antagonisti del regime. Nel dicembre del 1942 la sua famiglia è sfollata a Bobbio (PC), ma egli decide di rimanere a Piacenza: qui infatti può svolgere al meglio sia la professione di avvocato che l’attività di oppositore al fascismo. Dopo il 25 luglio 1943, interviene presso il prefetto De Bonis per far scarcerare coloro che avevano manifestato tra le vie del capoluogo per la caduta di Mussolini.
Il 1º settembre lo stesso De Bonis lo nomina Membro della Giunta provinciale amministrativa.
Dopo l’8 settembre è tra i fondatori del Cln di Piacenza, che si costituisce e riunisce periodicamente nel suo studio. Attivo su diversi fronti, grazie alle sue conoscenze all’Arsenale militare ed in varie caserme piacentine gestisce ed organizza il rifornimento di armi per le prime bande partigiane dislocate in Val Nure ed in Val Trebbia.
Condannato dal tribunale della RSI a 5 anni di reclusione per aver bruciato un ritratto di Mussolini (il 26 luglio) assieme all’amico e compagno Raffaele Cantù, nel gennaio del 1944 Francesco Daveri entra in clandestinità, assumendo l’identità di Lorenzo Bianchi. Il 16 marzo 1944 è costretto a rifugiarsi in Svizzera; a Lugano entra in contatto con i servizi segreti alleati, ed in particolare con quelli britannici.
Proprio in virtù di questi rapporti, nel luglio del 1944 ritorna in Italia, a Milano, a svolgere importanti mansioni per conto del Servizio informazioni del Comando generale del CVL. Nello stesso mese Ferruccio Parri in persona gli affida l’incarico di gestire gli scambi di denaro, armi e approvvigionamenti tra Emilia-Romagna, Piemonte e Lombardia.
Il 4 agosto è nominato anche Ispettore militare per il Nord Emilia.
Tradito da una delazione, Daveri è arrestato il 18 novembre 1944 da alcuni membri dalla SD-SIPO (la polizia di sicurezza tedesca), che irrompono nell’edifico al civico numero 1 di Via Sandri, a Milano, dove egli sta organizzando un grosso trasferimento di materiale bellico e grano tra Milano e Piacenza.
Arrestato con l’accusa di spionaggio, è incarcerato a San Vittore con il nome di Lorenzo Bianchi (come risulta dal registro del penitenziario). Torturato ed interrogato più volte all’Hotel Regina (sede della Gestapo e delle SS di Theodor Emil Saevecke), ogni tentativo di liberarlo fallisce.
Il 16 gennaio 1945 è inviato al Lager di Bolzano, e vi rimane per circa due settimane. Il 1º febbraio è caricato su uno degli ultimi convogli ferroviari diretti a Mauthausen, dove giunge il giorno 4 dello stesso mese.
Trasferito nel sottocampo di Gusen II, è destinato al lavoro nella cava di Sankt Georgen. Ammalatosi a causa delle terribili condizioni di prigionia, si spegne nell’infermeria del lager nella notte tra il 12 e il 13 aprile 1945.
Dopo la liberazione gli è stata conferita la Medaglia d’argento al valor militare alla memoria, la Medaglia d’oro al valor civile (assegnata dal Comune di Piacenza, in data 23 aprile 1965) e l’Attestato di benemerenza da parte del Comando Alleato.
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partecipazione
MEMORIA. Resistenza, verso il 25 aprile: Paolo Belizzi
La politica è fatta dalle persone e nessuno ha primogeniture ed esclusive. Solo insieme si cresce. Se c’è onestà intellettuale e vero amore per la causa del bene comune, le diverse appartenenze sono contenitori che indicano vie possibili, non compartimenti stagni che creano realtà parallele.- Stefano Cugini

Si avvicina la data per eccellenza della nostra Repubblica, quel 25 aprile che significa liberazione, fine del giogo nazi-fascista, speranza, futuro. Piacenza ha un posto speciale in questa storia e ricordarne i protagonisti è un dovere, oltreché un regalo per i più giovani.

copertina del libro "Quelle che non fanno storia" - pagine della cospirazione antifascista a Piacenza

Paolo Belizzi nasce a Quercioli di Podenzano in una famiglia contadina nel 1906. Giovanissimo è avviato al lavoro di falegname, che eserciterà con grande maestria per oltre mezzo secolo.

Con il fratello maggiore Mario è tra gli Arditi del popolo di Piacenza che, nel 1921, sotto la guida dell’anarchico Emilio Canzi, contrastano il nascente fascismo. Organizzatore del grande sciopero delle bottonaie del 1930, nello stesso anno è arrestato per propaganda antifascista: condannato al confino (Lampedusa e Lipari), viene liberato alla fine del 1932, in occasione dell’amnistia promulgata nel decennale della marcia di Roma.

Nuovamente arrestato nell’aprile 1943, esce da San Vittore il giorno dopo la caduta del fascismo, il 26 luglio. All’indomani dell’8 settembre è tra i più attivi nell’organizzare la lotta contro fascisti e nazisti, dando vita alle prime squadre Gap e Sap in città.

E’ tra i fondatori del CLN di Piacenza, di cui sarà membro fino all’estate 1944 e, nello stesso periodo, segretario della federazione comunista. Il suo laboratorio di falegnameria in via Benedettine è un punto di raccolta e smistamento verso tutta la provincia di armi e stampa antifascista. Dopo la liberazione, è componente della Commissione provinciale di epurazione.

Nel dossier dei perseguitati politici della questura di Piacenza, Belizzi è definito come “l’elemento più pericoloso tra gli antifascisti“.

Paolo Belizzi […] nasce all’inizio del Novecento, penultimo dei sette figli di una famiglia contadina, in Comune di Podenzano. […] il suo apprendistato lavorativo umano politico-morale si concreta negli anni immediatamente successivi all’enorme e insensata tragedia della Grande guerra, tra biennio rosso e nascente fascismo. […] Scrive: «Nonostante la mia giovane età, cominciai ad odiare chi faceva il doppio gioco, anche se non ero in grado di valutare chi avesse torto. Capivo però che era una vigliaccheria tenere il piede in due scarpe. Per conto mio, date le condizioni della famiglia da cui provenivo, non potevo che stare dalla parte dei poveri e quindi a sinistra».

[…] Sin dall’inizio il suo antifascismo si nutre di severità morale, un tratto che caratterizzerà il Belizzi in maniera permanente. […] Belizzi scelse subito di essere “intero, non astuto” – integro, leale, non doppio – e dovette capire ben presto, credo, che la fedeltà alla propria parte non esclude, anzi implica, di essere critici e vigili sulle ragioni e i valori originari, che tali restano solo se continuamente riverificati (rigenerati) nelle circostanze della vita, personale e collettiva. Sempre ben alla larga da quel “gattopardismo”, a tal punto costitutivo di questo paese, da sopravvivere ai crolli dei Muri e alla globalizzazione.

[…] Belizzi scelse non solo la parte giusta, ma, aggiungerei, il modo giusto di starci: in prima fila di fronte alle responsabilità e agli oneri (l’attività cospirativa, il confino, l’isolamento, il carcere, i continui e tremendi rischi dell’organizzazione della Resistenza in città); lontano o allontanato, in disparte, ai margini, quando giunse il momento degli onori.

Gianni D’Amo

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partecipazione
MEMORIA. La Resistenza nel piacentino
Per fare buona politica non c’è bisogno di grandi uomini, ma basta che ci siano persone oneste, che sappiano fare modestamente il loro mestiere. Sono necessarie, la buona fede, la serietà e l’impegno morale. In politica, la sincerità e la coerenza, che a prima vista possono sembrare ingenuità, finiscono alla lunga con l’essere un buon affare.- Piero Calamandrei

25 aprile l'unitàLa Resistenza nel piacentino.

I primi caduti della guerra di liberazione a Piacenza furono i militari che si opposero, il 9 settembre 1943, all’occupazione della città da parte dei tedeschi.  Anche alcuni civili rimasero coinvolti nel combattimento.

Tra settembre e ottobre si diede vita al Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N). Piacentino. Vi concorsero gli antifascisti che avevano subito carcere e confino politico sotto il regime e forze nuove.

Lo studio dell’avv. Francesco Daveri ne fu il centro. (Il Daveri morirà a Gusen in campo di concentramento). Formazioni G.A.P. e S.A.P. operanti in città furono presto organizzate.

In montagna trovarono rifugio dapprima i militari alleati fuggiti dalla prigionia dopo l’8 settembre 1943 poi gli antifascisti in pericolo d’arresto, sbandati e coloro che non intendevano rispondere ai bandi delle chiamate alle armi del costituito stato fascista: la Repubblica Sociale Italiana.

Si costituirono con questi elementi piccole bande, anche sotto il comando di ufficiali italiani e stranieri, bande che poi concorsero ad unificarsi, formando le brigate e poi le divisioni.

Una di queste bande fu quella dell’Alzanese (Piozzano) che sarà il nucleo della futura divisione Giustizia e Libertà che, nel marzo 1945, prenderà la denominazione di I° Divisione Piacenza. Occuperà la zona più vasta del piacentino e avrà il numero più alto di componenti.

Nell’estate del 1944 aveva liberato e occupava i territori tra Trebbia, Luretta, Tidone dalla città di Bobbio a Rivergaro, da Momelliano a Pianello e Zavatterello. In Val d’Arda dalle bande si passò alla costituzione della 38.ma Brigata Garibaldi Piacenza.

Il 24 maggio 1944 i partigiani della 3 8. ma occuparono militarmente il Comune di Morfasso, liberandolo.

Il 25 maggio 1944 il comandante Selva (Wladimiro Bersani) nominava i funzionari del Comune e dava inizio all’amministrazione democratica del comune di Morfasso.

Comunicava ufficialmente al Prefetto, al Procuratore, al Questore della Provincia di Piacenza della R.S.I. l’avvenuta liberazione e occupazione Partigiana della zona.

Nell’estate del 1944 si passò alla formazione della I° Divisione Garibaldina di Piacenza “Wladimiro Bersani” che nella primavera del 1945 prenderà la denominazione di Divisione Vai d’Arda.

Occuperà i territori ai confini con la provincia di Parma, dell’alta val d’Arda della val Chiavenna e della val Vezzeno dai comuni di Morfasso al Preventorio antitubercolare di Bettola e Gropparello.

A Peli (Coli), sin dal Settembre 1943 vi sarà una concentrazione di antifascisti che avranno un certo peso nella formazione dalle bande alle brigate: tra questi Emilio Canzi (“Ezio Franchi”) che nell’estate del 1944 verrà eletto quale Comandante Unico della Xlll° zona, (la piacentina nella suddivisione disposta dal C.L.N. Alta Italia) con sede a Bettola.

In Val Nure erano presenti 3 brigate che, solo nel marzo 1945, verranno a formare la Divisione Val Nure. Occuperà il territorio dell’alta val Nure da Ferriere a Ponte dell’Olio.

La mattina del 28 aprile 1945 la città fu liberata con l’ingresso delle forze partigiane, dopo due giorni di combattimento con reparti tedeschi in ritirata.

La forza complessiva partigiana, alla Liberazione, ammontava a 6.636 effettivi e le perdite, in tutto l’arco dell’attività partigiana, furono 926 caduti e 924 feriti.

Alla città di Piacenza verrà conferita la medaglia d’Argento al Valor Militare commutata in Medaglia d’Oro con Decreto Presidenziale del 29 Aprile 1996.

 

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