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CRONACA. Cgil, sul welfare bene il confronto ma che la concretezza non soccomba all’ideologia

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La politica deve essere operaia, fatta di esempio e sacrificio. Senza il primo non c’è credibilità. Senza il secondo manca la spinta al miglioramento.- Stefano Cugini

cgilStupisce lo stupore e preoccupa la preoccupazione nella nota del segretario provinciale CGIL circa presunte convergenze in Consiglio Comunale a proposito del welfare locale. Stimo Gianluca Zilocchi, chiamato al difficile compito di guidare il sindacato in un momento così critico.

Penso però che un rinnovato senso di appartenenza tra gli iscritti si possa trovare anche senza dipingere l’amministrazione come interprete del neoliberismo conservatore tipico della destra. Oltre che non rispondere alla realtà, è quanto meno ingeneroso.

Ho letto con molta attenzione il comunicato e posso rassicurare sul fatto che abbiamo ben chiare le priorità, così come non ci sfuggono le reali condizioni economiche, con le quali ci troviamo a far di conto ogni giorno.

Ho più volte ripetuto che la linea è quella di mantenere e, laddove possibile, incrementare l’offerta dei servizi al cittadino. Per far questo non ci sono molte strade: la gestione diretta, fin dove le risorse lo consentono; lo sviluppo del sistema integrato con il privato sociale, quando non ci è più possibile arrivare da soli.

Sottolineando che anche questa opzione rientra nell’alveo del servizio pubblico (il privato propriamente inteso è un’altra cosa ancora), ricordo che l’alternativa è quella di contrarre la platea di beneficiari dei servizi. Ma non intendiamo percorrerla.

Comprendo il ruolo sindacale a difesa del lavoro pubblico, ma i nostri doveri richiedono uno sguardo più ampio, rivolto appunto a tutte le famiglie della nostra città.

Mi stupisco come si possa sostenere il bisogno di un sistema sempre più inclusivo e al tempo stesso accanirsi contro chi percorre esattamente quella direzione. L’obiettivo, giova ripeterlo, è e resta aiutare più persone possibile, moltiplicando le risorse, non solo economiche ma di capitale umano.

Il passaggio che meno comprendo è quello sulla non condivisione dell’idea di welfare comunitario e generativo, a meno che non ci sia fraintendimento sul reale significato di questi termini.

Il principio base della generatività è quello di superare la dipendenza assistenziale, responsabilizzando i beneficiari dei contributi pubblici e valorizzando le loro capacità. Non è più tempo di erogare prestazioni sociali che attenuano il bisogno individuale senza che queste comportino ricadute positive in termini di doveri di solidarietà. Ciò che una persona riceverà dai Servizi sociali dovrà servire per aiutare questa persona ma anche per metterla in condizione di aiutare altri.

È ovvio che gli anziani e i disabili saranno sempre a nostro carico, ma non vi è motivo perché, ad esempio, chi è senza lavoro non possa restituire, sotto forma di attività socialmente utili, quello che riceve per essere aiutato nei momenti di bisogno.

Già ora sono gli stessi cittadini che accolgo in ufficio a offrire le loro competenze in cambio di un contributo. Sempre più spesso è una questione di dignità. In tanti faticano a chiedere aiuto e non vorrebbero riceverlo a costo zero.

Quanto a parlare di welfare community, mi si spieghi come si può passare per conservatori nel ritenere che il nuovo stato sociale debba fondarsi sulla partecipazione attiva dei cittadini nella realizzazione e nel controllo dei servizi.

Gli interventi del c.d. “secondo welfare”, si pensi al welfare aziendale, alla filantropia o alle donazioni private, possono rappresentare una risorsa importante per integrare le prestazioni pubbliche, ma non vanno dispersi o mal gestiti.

Non si tratta di demandare o disimpegnarsi, ma di rendere più proficua la collaborazione tra sistema pubblico e cittadini, imprese, terzo settore.

Massima disponibilità al dialogo quindi, ma concordo con il segretario Zilocchi quando dice che il confronto deve essere inserito in un contesto preciso.

In assenza di ciò la concretezza cede all’ideologia e spostarci su questo piano oggi, nel pieno di una congiuntura economica tristemente nota a tutti, significa aggiungere sale sulle ferite che la crisi ha inferto ai piacentini.

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