La salute prima di tutto.

Principio sacrosanto che vale sempre, figuriamoci in piena emergenza CORONAVIRUS.

La buona amministrazione però ha il dovere di tenere insieme tutti gli aspetti di un problema, tra cui le ricadute sui posti di lavoro e sulla sostenibilità dei costi di chi eroga servizi.

I danni economici che si profilano all’orizzonte saranno maggiori di quelli biologici, su questo c’è poco da dubitare.

Se Codogno e circondario sono stati blindati come “ZONA ROSSA” dal punto di vista sanitario, ha ragioni da vendere chi dice che Piacenza è a tutti gli effetti “ZONA NERA” sotto il profilo lavorativo.

A Roma continuano a parlare di Lombardia ma sarà bene che realizzino – in fretta – che è il piacentino il bacino più coinvolto.

Fossimo esclusi dalle misure di sostegno in fase di studio per la zona rossa, gli effetti sarebbero drammatici.

Solo il mondo della cooperazione sociale, in questo momento, ha a casa quasi 600 persone: educatori, assistenti sociali, insegnanti, operatori socio-sanitari, pedagogisti, psicologi, personale ausiliario.

Donne, uomini, giovani e meno giovani che vivono del loro lavoro (quasi sempre a supporto di persone bisognose e fragili), che pagano il mutuo, le bollette, la spesa con cui mangiano.

Non è pensabile sfruttare fino all’osso le ferie, i permessi e i recuperi ore. Le aziende e le cooperative hanno giustamente chiuso dei servizi, a tutela degli operatori e dell’utenza.

Il risvolto della medaglia sta però nel fatturato perso e nei costi di gestione che, in gran parte, non cambiano.

Se le grandi realtà possono reggere un po’ di tempo in più, per le medie e piccole, ottenere l’aiuto del Governo fa la differenza tra continuare a vivere e chiudere.

A Piacenza sono in ballo centinaia di posti di lavoro.

La politica non si giri dall’altra parte.

Si attivi la CASSA INTEGRAZIONE.

Al più presto.

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